Economia e SocietàNozioni di Economia

La storia dell’economia – capitolo 4: L’economia classica (parte 2 – Ricardo e Mill)

1.   Introduzione.

Siamo all’inizio dell’Ottocento e l’economia come disciplina strutturata sta muovendo i primi passi. Abbiamo visto nello scorso capitolo Malthus e Say e abbiamo visto la natura delle loro idee e la matrice ideologica che muove le loro affermazioni.

Quasi nello stesso periodo danno il loro contributo a questa visione capitalistica anche David Ricardo e John Stuart Mill. In particolare Ricardo sarà una specie di pietra miliare dell’economia perché finirà per influenzare sia il socialismo che il liberismo sviluppando dei principi che purtroppo restano molto in voga ancora oggi nella nostra società.

2.   David Ricardo

David Ricardo è figlio di una famiglia di agenti di cambio di origine ebrea. Il padre lavora alla Borsa di Amsterdam, al tempo uno dei maggiori centri finanziari dell’Europa. In quell’epoca l’Europa è continuamente in guerra e le guerre, si sa, si finanziano con la spesa a deficit dello Stato. In particolare il debito della Gran Bretagna in quel periodo è in gran parte in mano ai Paesi Bassi e la sua famiglia, lui compreso, scambiava questi titoli.

Ricardo sposa una cristiana e il padre per questo lo esclude dal suo testamento, così si ritrova a dover lavorare da solo. La sua fortuna è che trattando titoli di debito britannico ed essendo in corso le guerre napoleoniche, scommettendo in borsa sulla vittoria della Gran Bretagna finisce per diventare sufficientemente ricco da smettere di lavorare e dedicarsi completamente alla sua passione, l’economia.

Ricardo ha dato un contributo importante all’economia liberale su più punti ma ce ne sono tre sui quali vale la pena soffermarsi:

– Il pareggio di bilancio

– Il concetto di risparmio che genera l’investimento

– Il commercio internazionale

Partiamo dal principio. Vista la guerra, nel 1797 l’Inghilterra sospende il Gold Standard e, secondo una corrente di pensiero sviluppatasi in quel periodo (il bullionismo), questa scelta sarà la responsabile della crescita dell’inflazione e Ricardo diventa un sostenitore di questa tesi. In buona sostanza i bullionisti pensano che in Gran Bretagna l’emissione da parte del Governo di banconote senza una contropartita in metalli preziosi aveva fatto sì che queste non rappresentassero più un valore reale e che quindi l’eccesso di moneta in circolazione fosse il principale responsabile dell’inflazione. Sulla base di questa idea Ricardo sviluppa una forte convinzione sul fatto che lo Stato dovesse realizzare il pareggio di bilancio. Infatti nel suo On the Principles of Political Economy and Taxation, scrive [1]:

“Assicurare il pubblico contro tutte le variazioni nel valore della moneta che non siano quelle a cui va soggetto lo stesso standard e, nello stesso tempo, effettuare la circolazione con il mezzo meno costoso [...] L'esperienza insegna però che né uno Stato né una banca hanno mai avuto il potere illimitato di emettere cartamoneta senza abusarne: in tutti gli Stati quindi, l'emissione di cartamoneta dovrebbe essere sotto qualche tipo di controllo e a questo scopo niente sembra più adatto del sottoporre gli emittenti di carta moneta all'obbligo di pagare le loro banconote, sia in monete d'oro che in lingotti. […] Una moneta è nel suo stato più perfetto quando consiste interamente di cartamoneta, ma di cartamoneta di valore uguale all’oro che pretende di rappresentare. L’uso della carta al posto dell’oro sostituisce il mezzo più economico al posto del più costoso e consente al paese, senza perdite per nessuno, di scambiare tutto l’oro che prima utilizzava per questo scopo con materie prime, utensili e cibo, mediante l'uso del quale aumentano sia la sua ricchezza che i suoi godimenti.”
David Ricardo
On the Principles of Political Economy and Taxation (1817)

Questa posizione si basa su un’ipotesi sbagliata a monte, infatti come sostengono al tempo gli antibullionisti l’inflazione del periodo era legata soprattutto alla guerra e ai cattivi raccolti che deterioravano il valore del credito. 

Per esempio l’eruzione del vulcano Tambora causò un inverno vulcanico nel 1816 mandando in rovina i raccolti e causando indirettamente circa 90.000 morti: i cambiamenti indotti dall’eruzione causarono l’interruzione dei monsoni indiani, il fallimento di raccolti con conseguenti carestia e diffusione di malattie, morte del bestiame e appunto, incremento dei prezzi per scarsità di prodotti disponibili. Purtroppo ci vorranno ancora un centinaio d’anni prima che questa idea venga dimostrata attraverso le prove fattuali.

Nonostante però Ricardo fosse un bullionista, in realtà sono convinto che fosse conscio del fatto che l’idea di moneta merce e quindi l’idea di moneta neutrale (cioè che una variazione della quantità di moneta in circolo non ha impatto sulla disoccupazione o sul reddito nazionale) fossero delle balle, infatti scrive [1]:

“La popolazione si regola mediante i fondi che la devono impiegare, e perciò aumenta o diminuisce sempre con l'aumento o la diminuzione del capitale. Ogni riduzione del capitale è quindi necessariamente seguita da una domanda meno effettiva del grano, da una caduta del prezzo e da una diminuzione della coltivazione.”
David Ricardo
On the Principles of Political Economy and Taxation (1817)

Ma se la moneta è nei fatti un mezzo di controllo della popolazione come fa ad essere neutrale? Quindi sebbene anche Ricardo, come Smith e Say, fossero convinti dell’idea della moneta merce in realtà anche lui qualche dubbio in merito ce l’ha.

Ad ogni modo, Ricardo è il primo a formalizzare il concetto del pareggio di bilancio, anche grazie alla scusa dell’inflazione. Questo è un problema perché in realtà quella del pareggio di bilancio è una vera e propria gabbia per lo Stato (come ho mostrato qui) e Ricardo per primo riconosce che se nel settore privato non viene introdotta ricchezza al netto (e quindi attraverso per esempio ai deficit di bilancio) l’economia diventa stagnante perché anche se per assurdo lo Stato comprasse tutte le merci prodotte, se poi tassasse il settore privato per un pari ammontare allora il lavoro fatto fino a quel momento viene totalmente cancellato.

Questo tema va inquadrato in un discorso più ampio e complesso che letteralmente spacca in due il dibattito in Gran Bretagna: la rendita. Se ricordate quello che abbiamo visto nello scorso capitolo, l’idea di Malthus era quella di evitare l’eccesso di produzione facendo comprare tutto ai rentiers. Ricardo è totalmente in disaccordo perché se lo Stato oggi spende per comprare i prodotti in eccesso, visto che può imporre le tasse si riprenderà quel denaro domani proprio aumentando le tasse. Quindi propone di rimodulare le tasse: aumentare le tasse agli aristocratici proprietari terrieri (che di fatto campano solo di rendita) e di ridurle alla borghesia capitalista perché quest’ultima era invece la classe produttrice “spina dorsale” dell’economia. Quindi distruggere la rendita parassitaria dei proprietari terrieri proprio con le tasse, lasciando poi i capitalisti borghesi liberi di spartirsi la torta attraverso il libero mercato. Nella sezione dei modelli matematici dell’economia troverete anche questo aspetto.

Inoltre nella critica a Malthus, Ricardo sconfessa la legge di Say [1]:

“Non è l’abbondanza dei beni di prima necessità che fa sorgere i richiedenti, ma è l’abbondanza dei richiedenti che fa sorgere i beni di prima necessità. […] È dando all’operaio più denaro, o qualsiasi altra merce in cui viene pagato il salario e che non abbia perso valore, che la sua situazione migliora.”
David Ricardo
On the Principles of Political Economy and Taxation (1817)

Anche questi economisti quindi, nonostante siano plagiati dal libero mercato, sanno benissimo che se la gente non ha sufficiente denaro in tasca non spende… e se non spende, oltre a fare una vita di stenti, l’economia non gira e pure i produttori affogano. Eppure in questo scontro di classe, Ricardo non prende le parti del popolo. Infatti dice [1]:

“Come tutti gli altri contratti, i salari dovrebbero essere lasciati alla concorrenza leale e libera del mercato e non dovrebbero mai essere controllati dall’interferenza del legislatore. […] Il livello dei salari non influenza minimamente il valore relativo del pesce e della selvaggina, poiché al tempo stesso i salari saranno alti o bassi in entrambe le occupazioni. […] Il prezzo naturale del lavoro è il prezzo che mette in grado i lavoratori, nel complesso, di sussistere e di perpetuarsi senza aumenti né diminuzioni.”
David Ricardo
On the Principles of Political Economy and Taxation (1817)

Quindi secondo lui è giustificato il concetto del salario minimo (idea che poi verrà formalizzata più avanti in Clark e Marshall), ma proprio per le caratteristiche proprie della concorrenza qualsiasi salario si schiaccerà verso il livello minimo di sussistenza perché i produttori devono fare profitti. E infatti dice [1]:

“Non c’è modo di mantenere alti i profitti se non quello di mantenere bassi i salari. […] L’interesse del proprietario è sempre contrario agli interessi di ogni altra classe della comunità.”
David Ricardo
On the Principles of Political Economy and Taxation (1817)

Questa visione del mondo è assolutamente inaccettabile in una società civile, a maggior ragione per il fatto che erano ben consci di quello che stavano dicendo… eppure non solo era una concezione ampiamente in voga a quel tempo, ma lo è rimasta tuttora. Se al tempo di Ricardo si diceva che alla fine i lavoratori dovevano accontentarsi del salario minimo perché l’alternativa era quella di tornare a zappare la terra nel proprio orto, adesso la scusa non è cambiata di molto e al contempo abbiamo una situazione di deflazione salariale mostruosa, figlia proprio di questa ideologia qui. Ecco perché capire da dove vengono certe idee è importante tanto quanto le idee stesse.

Ricardo rielabora inoltre la teoria del valore basata sul costo di produzione e non sul concetto di domanda-offerta, in piano opposizione a quasi tutti i liberali che verranno dopo di lui. Secondo lui infatti [1]:

“Il valore di una merce, o la quantità di qualsiasi altra merce con cui verrà scambiata, dipende dalla quantità relativa di lavoro necessaria per la sua produzione, e non dal maggiore o minore compenso pagato per quel lavoro. […] L’opinione che il prezzo delle merci dipenda esclusivamente dal rapporto tra offerta e domanda, o tra domanda e offerta, è diventata quasi un assioma nell’economia politica ed è stata fonte di molti errori in quella scienza. […] Sono i costi di produzione che, in ultima analisi, devono regolare il prezzo delle merci e non, come è stato spesso detto, il rapporto tra domanda e offerta: il rapporto tra domanda e offerta può, infatti, per un certo periodo influenzare il valore di mercato di una merce finché non viene fornita in maggiore o minore abbondanza, a seconda che la domanda sia aumentata o diminuita; ma questo effetto sarà solo di durata temporanea. […] Diminuendo il costo di produzione dei cappelli, il loro prezzo alla fine scenderà al nuovo prezzo naturale, anche se la domanda dovesse raddoppiare, triplicare o quadruplicare. Diminuendo il costo di sussistenza degli uomini, diminuendo il prezzo naturale degli alimenti e dell’abbigliamento grazie al quale si sostiene la vita, i salari alla fine diminuiranno anche se la domanda di manodopera dovesse aumentare notevolmente.”
David Ricardo
On the Principles of Political Economy and Taxation (1817)

Questa visione influenzerà poi Marx qualche decennio dopo.

Il secondo punto che ha reso famoso Ricardo è il principio del risparmio che genera l’investimento, un’idea completamente sbagliata che condiziona ancora oggi molti policy makers. Ricardo fa l’esempio dei raccolti, spiegando che un agricoltore quando raccoglie il grano deve conservarne una parte per piantarla l’anno successivo e quindi in questo contesto è “il risparmio di oggi” a generare “l’investimento di domani”. Se questo è valido per un agricoltore del 1800, di certo non è valido per lo Stato.

Infatti il ragionamento è sbagliato per via dell’errore sull’ipotesi di base: non è l’agricoltore ad emettere il grano dal nulla, lui si limita a piantarlo e a farlo crescere, esattamente come fa l’utilizzatore della moneta. Lo Stato invece la moneta la emette dal nulla, quindi il settore privato non può risparmiare se prima lo Stato non ha immesso la moneta dentro di esso, cioè se non ha ancora fatto investimenti pubblici. Pertanto è l’investimento a generare il risparmio e non il contrario. Purtroppo però il ragionamento ricardiano condiziona tutt’oggi le amministrazioni, le quali sono terrorizzate dall’idea di spendere per prime.

Il terzo punto per il quale Ricardo è rimasto molto famoso è la sua teoria sul commercio internazionale, che è tutt’oggi uno dei capisaldi della visione economica mainstream. Non è esattamente semplice da spiegare ma cercate di seguirmi.

In pratica Ricardo sostiene che i paesi dovrebbero commerciare in libero scambio tra di loro e che ognuno di loro dovrebbe specializzarsi nella produzione dei beni nei quali quel paese ha un “vantaggio comparato”, cioè in quei settori in cui le sue industria hanno la maggiore efficienza produttiva rispetto ai propri usi alternativi delle risorse. Questa cosa garantirebbe una massimizzazione del commercio ed un incremento della ricchezza scambiata. [1]

“In un sistema di commercio perfettamente libero, ogni paese dedica naturalmente il proprio capitale e il proprio lavoro agli impieghi che sono più vantaggiosi per ciascuno. […] È questo principio che determina che il vino sarà prodotto in Francia e Portogallo, che il mais sarà coltivato in America e in Polonia e che l'hardware e altri beni saranno fabbricati in Inghilterra.”
David Ricardo
On the Principles of Political Economy and Taxation (1817)

Nel libro fa un esempio con Inghilterra e Portogallo sul commercio rispettivamente di stoffa e vino. In sostanza scrive che se per esempio per produrre vino e stoffa al Portogallo servissero rispettivamente 80 e 90 uomini all’anno mentre all’Inghilterra servissero rispettivamente 120 e 100 uomini, secondo la teoria dei vantaggi comparati [1]:

“Sebbene possa confezionare la stoffa con il lavoro di 90 uomini, [il Portogallo] la importerebbe da un paese dove per produrla occorre il lavoro di 100 uomini, perché le sarebbe piuttosto vantaggioso impiegare il suo capitale nella produzione del vino, per cui avrebbe ottenuto più stoffa dall'Inghilterra, di quella che avrebbe potuto produrre deviando una parte del suo capitale dalla coltivazione della vite alla produzione di stoffa.”
David Ricardo
On the Principles of Political Economy and Taxation (1817)

Sarà poi John Stuart Mill a definire questa teoria “dei vantaggi comparati” e a riformularla per poi darla in eredità ai neoclassici. La teoria in realtà si scontra con tutta una serie di limitazioni reali, tra cui:

– I paesi che si specializzano nell’agricoltura restano poveri e sottomessi rispetto ai paesi che si specializzano in tecnologia;

– Una crisi del commercio internazionale può causare forti squilibri per chi importa beni e servizi di prima necessità;

– L’inquinamento annesso ai trasporti globalizzati non viene minimamente preso in considerazione.

Insomma, la teoria rimane un bel costrutto che però serve solo a giustificare il commercio globalizzato in condizioni di libero mercato.

Se nel 1819 da un lato David Ricardo diventa parlamentare, dall’altro si verifica un evento che ancora una volta va a destabilizzare le certezze liberali: il Panico del 1819 negli USA.

Col Trattato di Gand l’Inghilterra rinuncia ad imporre agli USA le politiche mercantiliste e dal giorno di Natale del 1814 negli Stati Uniti si inizia a spingere sul libero mercato. Dopo 5 anni, complice anche una totale deregolamentazione bancaria, crolla il prezzo del cotone e con esso tutta l’industria portando gli Stati Uniti in profonda recessione fino al 1821. Nonostante questo però, siccome le élite sono i capitalisti borghesi, non viene messo in discussione il dogma del libero mercato perché altrimenti avrebbero perso la loro posizione di potere.

3.  L’utilitarismo e John Stuart Mill

Parallelamente agli economisti che abbiamo visto finora, si sviluppa una nuova corrente di pensiero che finirà poi inevitabilmente per sviluppare anche un approccio economico: l’utilitarismo.

La dottrina utilitarista si basa sul pensiero del filosofo inglese Jeremy Bentham, il quale voleva matematicizzare il concetto di felicità. Il principio fondante è che “è bene tutto ciò che aumenta la felicità degli esseri sensibili” e il nome della dottrina deriva dal concetto di “utilità” che rappresenterebbe l’unità di misura della felicità.

Tra i vari allievi di Bentham c’è John Stuart Mill, figlio di James Mill, uno dei collaboratori del filosofo inglese. John Stuart Mill è influenzato pesantemente sia dalla nuova corrente liberista sia dal positivismo. La prima professava il libero mercato come panacea di tutti i mali mentre la seconda riponeva nella scienza tutta la sua fiducia, rimpiazzando praticamente Dio con essa.

Mill quindi sviluppa un pensiero controverso fatto di una fusione malriuscita del positivismo, del liberismo e della visione utilitaristica di Bentham. In pratica un “progressista” nel modo in cui amano definirsi quelli dell’attuale PD. Ma cosa prevede da un punto di vista economico l’utilitarismo?

Uno dei concetti economici degli utilitaristi, anch’esso male interpretato nelle epoche successive, è la visione del macro come somma di tutte le realtà micro: La felicità dei singoli individui diventa una quantità sommabile e la somma è il benessere sociale. L’utilità è quindi lo scopo ultimo di tutto, dalla giustizia all’etica, dalle scienze all’umanesimo: tutto deve essere utile per trovare giustificazione. Gli stessi valori vengono reindirizzati perché qualcosa ha valore se e solo se produce benessere, cioè utilità.

Il concetto di utilità è di matrice fortemente positivista e come vedremo sarà un principio quasi inossidabile dell’era dei fanatici della scienza, dimenticandosi di quello che è l’economia, cioè una scienza sociale.

La dottrina utilitarista però sul fatto di anteporre il benessere sociale al benessere personale si contraddice proprio in virtù dei principi predatori del libero mercato. Fu Mill infatti a dire che:

“La sofferenza di molti è brutta da vedere però è un sacrificio necessario e temporaneo perché un giorno la ricchezza colerà dall’alto verso tutti.”
John Stuart Mill

Questa affermazione verrà poi ripresa più avanti nelle cosiddette “trickle-down economics” proprie dei supply sider degli anni ‘80. Ancora una volta emerge il concetto di “peccato originale da cui verremo liberati a patto di seguire le regole…”

La realtà è che questi economisti vedevano il mondo come un parco giochi delle élite in cui queste ultime avrebbero deciso le modalità di avanzamento del mondo, il “se” e il “quando” alle misere bestie sotto di loro sarebbe toccata qualche briciola.

In Utilitarianism nel 1861 [3] scrive che dovremmo sempre massimizzare la felicità generale per tutte le persone, mentre solo due anni prima nel saggio On Liberty [4] scriveva che la società può interferire nella libertà degli individui solo per prevenire danni a terzi, cioè che non dovrebbe esserci alcun intervento della società anche se tale intervento dovesse produrre come effetto un guadagno totale della felicità [3]. Questo significa, tradotto in linguaggio economico, che se lo Stato può fare spesa pubblica per arricchire il settore privato, non deve farlo. Quindi la coesistenza dei concetti utilitaristici cozza con quella dei concetti liberisti e la convivenza dei due in Mill è evidentemente forzata. Nello stesso saggio On Liberty emergono le contraddizioni di cui parlavamo prima. Se da un lato c’è del raziocinio [4]:

“Rifiutarsi di ascoltare un'opinione perché si è certi che è falsa significa presupporre che la propria certezza coincida con la certezza assoluta. Ogni soppressione della discussione è una presunzione di infallibilità.”
John Stuart Mill
On Liberty (1859)

Dall’altro c’è l’evidente faziosità liberale [4]:

“Innanzitutto, non si deve in alcun modo presumere che poiché soltanto il danno, o la probabilità di danno, agli altrui interessi può giustificare l'interferenza della società, esso la giustifichi sempre. In molti casi un individuo cercando di conseguire un fine legittimo, causa per necessità, e quindi legittimamente, sofferenza o perdite ad altri, oppure si impadronisce di un bene che altri speravano ragionevolmente di ottenere. Queste contrapposizioni tra interessi individuali sono spesso dovute a istituzioni sociali insoddisfacenti, ma sono inevitabili finché esistono queste ultime; e alcune sarebbero inevitabili con qualsiasi istituzione. Chiunque abbia successo in una professione sovraffollata o in un esame competitivo, chiunque sia preferito a un altro in una competizione per un oggetto che entrambi desiderano, trae vantaggio dall'insuccesso di altri, dalle loro fatiche sprecate e dalla loro delusione. Ma, per ammissione comune, è meglio per gli interessi generali dell'umanità che gli uomini perseguano i loro scopi senza darsi pensiero di questo genere di conseguenze."
John Stuart Mill
On Liberty (1859)

Per esempio questa è nella società contemporanea (in cui la speculazione finanziaria non è un reato ed è quindi “legittima”) una giustificazione del fatto  che un trader influente possa affossare uno Stato perseguendo il suo scopo senza curarsi delle conseguenze. E se questo succede, la colpa sarebbe delle “istituzioni insoddisfacenti”.

Sempre nel tentativo di giustificare il libero mercato fa anche un’affermazione non provata (cosa che secondo la sua dottrina filosofica sarebbe un abominio) dalle conseguenze molto pesanti:

“Le restrizioni al commercio, o alla produzione a fini commerciali, sono in effetti dei vincoli; e ogni vincolo, in quanto tale, è un male.”
John Stuart Mill
On Liberty (1859)

Mill è considerato il primo liberalsocialista della storia, ovvero il primo ad aver cercato di fondere i principi del liberismo con quelli del socialismo, tuttavia è impossibile integrare due visioni così lontane tra loro.

Ancora, da un punto di vista monetario gli utilitaristi non si pongono proprio il problema della natura della moneta, lo accettano così com’è dalla allora dottrina economica. Quindi Mill è un metallista e pertanto condivide l’idea di moneta merce, di moneta neutrale etc… Anche lui messo di fronte alla natura cartale della moneta non riesce a spiegarsela [2]:

“Dopo che l'esperienza aveva provato che i pezzi di carta, di nessun valore intrinseco, semplicemente portando su di loro la professione scritta di essere equivalenti ad un certo numero di franchi, dollari o sterline, potevano essere fatti circolare come tali e produrre tutto il beneficio per gli emittenti che avrebbero potuto essere prodotti dalle monete che avrebbero dovuto rappresentare. I governi […] decisero di […] far passare la carta da loro rilasciata per una sterlina, semplicemente chiamandola sterlina, e acconsentendo a riceverla in pagamento delle tasse”.
John Stuart Mill
Principles of Political Economy (1848)

Con questi personaggi quindi si delineano i fondamenti dell’economia classica. Siamo a metà dell’800 e stanno per fare la loro comparsa sulla scena le idee di un uomo totalmente controcorrente, destinato a creare una frattura ideologica fondamentale: Karl Marx.

BIBLIOGRAFIA E FONTI

[1]   David Ricardo (1817), On the Principles of Political Economy and Taxation

[2]   John Stuart Mill (1848), Principles of Political Economy

[3]    John Stuart Mill (1861), Utilitarianism

[4]   John Stuart Mill (1859), On Liberty

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