Nozioni di Economia

La storia dell’economia – capitolo 3: L’economia classica (parte 1 – Malthus e Say)

1.   Introduzione.

Con l’ingresso nel mondo del libro di Adam Smith l’economia viene rivoluzionata. Per la prima volta un testo raccoglie in modo sistematico e strutturato la materia. Sulla base di questo testo poi verranno discussi i principi e le idee di Smith ma la discussione resterà sempre a livelli distanti dal popolo. Questi sono argomenti tipicamente trattati nei salotti borghesi, non certo in birreria o in fabbrica. E questo purtroppo è un aspetto da considerare nel computo degli sviluppi successivi. Infatti poiché questi argomenti restano in mano ai salotti, coloro che saliranno sulle spalle di Smith finiranno in qualche modo per fare gli interessi dei salotti, quindi dei potenti.

Da un punto di vista storico siamo nel periodo che va dalla Rivoluzione Francese al primo trentennio dell’Ottocento. L’Inghilterra è ormai dentro la rivoluzione industriale e la Francia sta rovesciando la monarchia. In questo contesto di forte indebitamento degli Stati per sovvenzionare guerre e di sostituzione al vertice delle élite sovrane con le élite capitaliste, proprio dalle aristocrazie inglesi e francesi vengono fuori i principali sviluppatori del pensiero economico. Questi daranno vita a filoni ideologici che sopravvivono ancora oggi (purtroppo). Parliamo di Thomas Robert Malthus, Jean-Baptiste Say, David Ricardo e John Stuart Mill. Ma vediamoli uno ad uno per caprine il pensiero, perché questo è cruciale per comprendere il modo di ragionare degli economisti e degli imprenditori di oggi.

2.  Thomas Robert Malthus

Il primo a dare un contributo aggiuntivo sostanziale al pensiero di Smith è Malthus. Malthus è un pastore anglicano ed economista, figlio di una famiglia ricca avente contatti con personaggi del calibro di David Hume e di Jean Jacques Rousseau e, cosa ben più importante, è un tirapiedi della corona inglese. Il padre era stato farmacista di Re Guglielmo e della Regina Anna di Gran Bretagna, avevano ampi appezzamenti terrieri e potevano permettersi un’istruzione elevata. Insomma, decisamente un “fortunato” per l’epoca.

A Malthus si devono due concetti importanti dell’economia classica:

– La scarsità delle risorse

– Il ruolo cruciale della domanda e dei consumi nel sistema

Andiamo per gradi. Mentre si occupa di studi demografici pubblica nel 1798 il celebre “An Essay on the Principle of Population”. Questo libro è il caposaldo di quello che verrà chiamato poi malthusianesimo. In questo libro Malthus analizza l’impatto che la scarsità di risorse ha sul pianeta e giunge alla conclusione che [1]:

“La popolazione, quando non viene controllata, aumenta in un rapporto geometrico mentre la sussistenza aumenta solo in un rapporto aritmetico.”
Thomas Robert Malthus
An Essay on the Principle of Population (1798)

Quindi in buona sostanza secondo lui la popolazione lasciata allo stato brado cresce più velocemente di quanto possono fare le risorse disponibili e quindi si deve prima o poi arrivare ad un punto in cui c’è troppa gente sulla Terra. Il famoso “siamo troppi” di fatto nasce da qui. E’ importante capire questo concetto perché bisogna comprendere quanto certe ideologie siano intrise di fatto di odio nei confronti dell’umanità. Infatti Malthus, che vi ricordo essere un pastore anglicano, nel libro dice che [1]:

“Chi non ha soldi non ha diritto all'esistenza, e soprattutto non ha il diritto di procreare. Dato però che il rapporto sessuale senza volontà di procreare è peccato, i poveri non hanno neppure il diritto di abbandonarsi ai propri istinti sessuali.”
Thomas Robert Malthus
An Essay on the Principle of Population (1798)

Caspita che umanità… e meno male che è un religioso! Precisa poi anche che [1]:

“È una verità evidente che, qualunque sia il tasso di aumento dei mezzi di sussistenza, l'aumento della popolazione deve essere limitato da esso, almeno dopo che il cibo è stato suddiviso nelle parti più piccole che sosterranno la vita. Tutti i bambini nati, al di là di quanto sarebbe necessario per mantenere la popolazione a questo livello, dovranno necessariamente perire, a meno che non venga loro fatto posto dalla morte degli adulti. È infatti emerso chiaramente nel corso di questo lavoro che in tutti gli antichi stati i matrimoni e le nascite dipendono principalmente dalle morti, e che non esiste alcun incoraggiamento alle unioni precoci così potente come una grande mortalità. Per agire in modo coerente, quindi, dovremmo facilitare, invece di tentare stupidamente e invano di impedire, le operazioni della natura nel produrre questa mortalità; e se temiamo il verificarsi troppo frequente dell'orrenda forma di carestia, dovremmo incoraggiare diligentemente le altre forme di distruzione, che costringiamo la natura a utilizzare. Invece di raccomandare la pulizia ai poveri, dovremmo incoraggiare abitudini contrarie. Nelle nostre città dovremmo restringere le strade, affollare più persone nelle case e favorire il ritorno della peste. In campagna, dovremmo costruire i nostri villaggi vicino a stagni stagnanti, e in particolare incoraggiare gli insediamenti in tutte le situazioni paludose e malsane. Ma soprattutto, dovremmo riprovare i rimedi specifici contro le malattie devastanti; e quegli uomini benevoli, ma molto in errore, che hanno pensato di rendere un servizio all'umanità progettando progetti per l'estirpazione totale di particolari disordini.”
Thomas Robert Malthus
An Essay on the Principle of Population (1798)

Dunque la soluzione malthusiana per risolvere il problema della scarsità delle risorse sarebbe quello di sterminare la popolazione in eccesso facendola peraltro vivere pure male.

Questo fatto del considerare l’umanità come del bestiame da cui estrarre ricchezza è una nenia stonata all’interno della filosofia liberale che ricorre ciclicamente, ma a Malthus se ne deve una sorta di formalizzazione. Perciò qualsiasi barlume di umanità secondo il pastore andrebbe spazzato via per promuovere invece pensieri piuttosto brutali.

In Gran Bretagna al tempo c’erano le English Poor Laws che fornivano una sorta di assistenza sociale ai poveri, ma secondo Malthus la carità e la povertà assistita dovrebbero essere considerate alla stregua di un crimine perché tu pensi di fare un gesto nobile ma in realtà stai solo prolungando un’agonia alla quale il malcapitato è destinato [1]:

“Per quanto possa sembrare crudele nel caso singolo, la povertà assistita deve essere considerata una vergogna. Uno stimolo di questo tipo sembra essere assolutamente necessario per promuovere la felicità della grande massa dell’umanità, e ogni tentativo generale di indebolire questo stimolo vanificherà sempre il suo stesso scopo, per quanto benevolo sia il suo intento apparente. Se gli uomini sono indotti a sposarsi dalla prospettiva di un servizio parrocchiale, con poche o nessuna possibilità di mantenere le loro famiglie indipendenti, non solo sono ingiustamente tentati di portare infelicità e dipendenza su se stessi e sui figli, ma sono tentati, senza saperlo, di ferire tutti nella stessa classe. Un operaio che si sposa senza poter mantenere una famiglia può essere considerato, sotto certi aspetti, un nemico per tutti i suoi compagni di lavoro. […] È emerso che, a causa delle inevitabili leggi della nostra natura, alcuni esseri umani devono soffrire di povertà. Queste sono le persone infelici che, nella grande lotteria della vita, hanno fallito.”
Thomas Robert Malthus
An Essay on the Principle of Population (1798)

Quindi, per concludere su questo primo punto, Malthus riassume la questione come segue [1]:

“L’uomo non può vivere in mezzo all’abbondanza. Non tutti possono condividere allo stesso modo i doni della natura. Se non esistesse un'amministrazione stabile della proprietà, ogni uomo sarebbe obbligato a custodire con la forza il suo piccolo magazzino. L’egoismo trionferebbe. Gli argomenti di contesa sarebbero perpetui. Ogni mente individuale sarebbe costantemente in ansia per il sostegno corporeo, e nessun intelletto sarebbe lasciato libero di spaziare nel campo del pensiero.”
Thomas Robert Malthus
An Essay on the Principle of Population (1798)

La cosa sconcertante è che c’è ancora chi crede che questo sia vero e non soltanto a bassi livelli. Ci sono persone ai massimi vertici delle amministrazioni mondiali che incentivano questo tipo di propaganda. Ma è reale? Per non dilungarci troppo possiamo limitarci a vedere sul campo se le teorie malthusiane sono fondate.

Malthus sosteneva che la popolazione sarebbe raddoppiata ogni 25 anni mentre la produzione di cibo sarebbe cresciuta in modo costante, ma i dati ci rivelano che questo è falso:

Infatti dal 1950 al 1975 il fattore di moltiplicazione non è 2 ma 1,5 circa; dal 1975 al 2000 il fattore di moltiplicazione è circa 1,6; dal 2000 ad oggi è 1,3. In compenso la produzione di cibo è aumentata di pari passo. Basti vedere per esempio la produzione di grano mondiale:

Qui dal 1950 al 1975 quasi raddoppia, dal 1975 al 2000 moltiplica per 1,5 e dal 2000 al 2025 non ho a disposizione la serie completa ma il trend è in linea con i precedenti, quindi al sopra dei trend di crescita della popolazione. Si può estendere agli altri cibi questo ragionamento ma il risultato non cambia.

Il secondo punto per il quale Malthus è importante è la questione della domanda. Malthus capisce infatti che se non si creano le condizioni che permettono ai consumatori di disporre di sufficiente ricchezza da poter spendere denaro e comprare i prodotti, i produttori possono produrre tutta la merce che vogliono ma nessuno gliela comprerà e quindi l’economia ristagnerà. Oggi sembra un concetto banale ma dovete pensare che siamo agli albori del pensiero macroeconomico e non c’è niente di scontato. Peraltro, Malthus arriva a questo concetto nel 1820 e come vedremo più avanti, per tutto il periodo che va da Adam Smith fino al 1836 a livello “accademico” si era totalmente convinti che sarebbe bastato produrre per assicurarsi la vendita… so che sembra allucinante, ma come vi ho detto eravamo agli albori dell’economia.

Malthus in pratica intuisce per primo il concetto di domanda effettiva, cioè il livello di richiesta effettivo di prodotti da parte delle persone che non deve essere superato dalla produzione se non si vuole affrontare una recessione [2].

Quindi Malthus non incita tutti i capitalisti borghesi a farsi un’azienda per produrre in modo fine a se stesso perché questo non avrebbe generato spontaneamente la domanda di beni. A questa brillante intuizione però segue una soluzione al problema “alla Malthus”. In pratica se il problema è questo bisogna porsi la questione di come controllare la produzione in modo aggregato. Questo però è difficilmente attuabile, e allora come si può fare? Semplice: serve che qualcuno compri l’eccesso di produzione. E chi può farlo? I rentiers.

Quindi secondo Malthus per risolvere questo problema bisognerebbe in parole bisogna incentivare i rentiers (cioè tutti coloro che hanno rendite parassitarie come quelle sui terreni) ad detenere ancora più proprietà per avere sempre più entrate parassitarie con le quali comprare l’eccesso di beni

Una follia. In sostanza parliamo di ampliare una classe di parassiti per giustificare la produzione capitalistica forsennata. Così i rentiers si comprano tutti e la borghesia capitalista si arricchisce. E la popolazione? Chi se ne frega della popolazione. D’altronde per Malthus sono quelli che per usare le sue parole “nella grande lotteria della vita hanno fallito”.

Sulle idee di Malthus comunque nascerà la corrente ideologica del malthusianesimo, che ispirerà anche Charles Darwin nella sua teoria dell’evoluzione e che influenzerà di lì in avanti la razza umana. E non è un caso come vedremo nei prossimi capitoli. Infatti il preconcetto che siamo troppi sulla Terra è figlio di una mancata considerazione di alcuni parametri, come per esempio il progresso tecnologico. Se è vero che esiste in un sistema finito un limite fisico alle risorse disponibili, è vero anche che le quantità rese disponibili dipendono dal livello di progresso tecnico e tecnologico dell’umanità, il quale aumenta a ritmi sconvolgenti, allontanando di fatto quella soglia pericolosa intravista da Malthus e finendo per “invalidarne” parzialmente la validità.

3.  Jean-Baptiste Say.

L’idea di Malthus sulla domanda è, come dicevamo prima, in contraddizione totale con un principio che ha dominato la scena fino alla Crisi del ’29: parliamo della famosissima “legge di Say”, formulata appunto da Jean Baptiste Say nel 1803. Say è anche lui membro della classe borghese capitalista, figlio di un commerciante. Altro personaggio “agiato” che ha ricoperto incarichi governativi e accademici, oltre ad essere stato un imprenditore nel settore tessile e un giornalista.

Al tempo di Say siamo in piena Rivoluzione Industriale e le aspettative nei confronti dell’economia di libero mercato sono molto alte, tant’è che addirittura il Primo Ministro britannico William Pitt “il Giovane” implementa le proposte di Adam Smith di liberalizzazione del commercio. Queste aspettative subiscono però una serie di ridimensionamenti a seguito dell’incapacità della Gran Bretagna di stare dietro alla disoccupazione.

In pratica il presunto miracolo promesso dal libero mercato tarda ad arrivare. Questo induce a pensare al fatto che in realtà esista un limite fisico alla produzione e quindi proprio a porsi il problema della domanda che si porrà poi Malthus e che abbiamo visto prima. E’ in quel contesto che Say nel 1803 scrive il suo Trattato di Economia Politica in cui formula la sua idea [3]:

“Un uomo che impiega il suo lavoro per investire oggetti con valore mediante la creazione di utilità di qualche tipo, non può aspettarsi che tale valore venga apprezzato e pagato, a meno che altri uomini non abbiano i mezzi per acquistarlo. Ora, in cosa consistono questi mezzi? Di altri valori di altri prodotti, così come i frutti dell'industria, del capitale e della terra. Il che ci porta ad una conclusione che a prima vista può apparire paradossale, e cioè che è la produzione ad aprire la domanda di prodotti. […] L’incoraggiamento al mero consumo non è di alcun beneficio per il commercio; poiché la difficoltà sta nel fornire i mezzi, non nello stimolare il desiderio di consumo; e abbiamo visto che soltanto la produzione fornisce questi mezzi. Lo scopo del buon governo è quindi quello di stimolare la produzione, mentre quello del cattivo governo è quello di incoraggiare il consumo. […] Vale la pena notare che non appena un prodotto viene creato, da quell'istante esso offre un mercato per altri prodotti nella misura massima del suo valore. Quando il produttore ha rifinito il suo prodotto, è ansioso di venderlo immediatamente, per timore che il suo valore diminuisca nelle sue mani. Né è meno ansioso di disporre del denaro che potrebbe ricavarne; perché anche il valore del denaro è deperibile. Ma l'unico modo per liberarsi del denaro è acquistare un prodotto o un altro. Pertanto la semplice circostanza della creazione di un prodotto apre immediatamente uno sfogo ad altri prodotti.”
Jean Baptiste Say
Traité D'économie Politique (1803)

Questa sarebbe in pratica una giustificazione teorica per il libero mercato. Secondo quest’idea infatti in caso di sovrapproduzione non ci sarebbero invenduti e quindi non ci sarebbero crisi. Diciamo che è una balla piuttosto evidente che serviva però per tenere in piedi la favoletta del libero mercato perché era in corso il passaggio di consegna del potere tra due tipi diversi di élite e a quelle in ascesa serviva la giustificazione della loro incipiente supremazia. 

E la legge finisce per racchiudersi nel [3]:

“Se non produciamo non possiamo consumare, se prima non forniamo non possiamo domandare”
Jean Baptiste Say
Traité D'économie Politique (1803)

Questa “legge” infame reggerà come giustificazione per un sacco di tempo, nonostante fosse criticata già al tempo proprio perché inverte la logica fattuale delle cose: se noi non avessimo fame (domanda) non mangeremmo (offerta), ma questo in Say si trasforma in pratica nel fatto che se non esistesse il cibo (offerta) noi non avremmo fame (domanda).

Questa teoria quindi scricchiola già dal principio e infatti lo stesso Say che nel quarto capitolo del trattato è costretto ad ammettere che [3]:

“La difficoltà non sta nel trovare un produttore, ma nel trovare un consumatore”
Jean Baptiste Say
Traité D'économie Politique (1803)

Eh beh, grazie. Se d’estate in pieno centro ti fai un chioschetto che vende gelati probabilmente i gelati li vendi perché c’è domanda, se invece ti metti a vendere congelatori in Antartide probabilmente avrai delle serie difficoltà… questo perché è la domanda che guida l’offerta, non il contrario. Ma siccome serviva l’impalcatura ideologica per giustificare le prodezze del libero mercato per fare l’interesse delle élite capitaliste serviva cercare di convincere le persone che se vendo i congelatori in Antartide divento multimiliardario. Inoltre l’ipotesi a monte della legge di Say è che tutto il capitale venga reinvestito, mentre sappiamo che questo è falso perché alle persone, sapete com’è, piace anche risparmiare qualcosina…

Ma in verità non ci crede nemmeno Say alla sua stessa legge, infatti in una corrispondenza con Malthus, parlando di David Ricardo (che vedremo nel prossimo capitolo) scrive [4]:

“Ricardo insiste sul fatto che, nonostante le tasse e le altre imposte, ci sia sempre tanta produzione quanto è il capitale investito e che tutto il capitale risparmiato venga sempre impiegato, perché l’interesse non venga perduto. Al contrario, molti risparmi non vengono investiti, quando è difficile trovare per loro un impiego e molti di quelli che vengono impiegati vengono dissipati in impieghi mal concepiti. Inoltre, Ricardo è totalmente confutato non solo da quello che è successo nel 1813, quando gli errori del governo hanno rovinato tutto il commercio e quando l’interesse del denaro è sceso a livelli molto bassi, per mancanza di buone opportunità di impiegarlo, ma lo è anche dalle nostre attuali circostanze, nelle quali i capitali stanno tranquillamente dormendo nelle casse dei loro proprietari.”
Jean Baptiste Say
Traité D'économie Politique (1803)

Sarà poi Keynes a mettere definitivamente fine sulla validità della legge di Say, che ad oggi è totalmente disattesa.

Per quanto riguarda la fede cieca nel libero mercato, un po’ tutti i personaggi di questo articolo hanno subito la sua influenza. Per esempio Say dice [3]:

“La regolamentazione è utile e conveniente quando è diretta a prevenire frodi o artifici manifestamente pregiudizievoli ad altri tipi di produzione o alla pubblica incolumità, e non a prescrivere la natura dei prodotti e i metodi di fabbricazione."
Jean Baptiste Say
Traité D'économie Politique (1803)

Frase letteralmente agghiacciante oggi perché lasciare al mercato la libertà di decidere come produrre alla fine crea le condizioni per produrre a basso costo e qualora ci fossero sostanze pericolose verrebbero contestate solo dopo anni e in ogni caso si insabbierebbe tutto (abbiamo un sacco di casi nell’era moderna).

Vale la pena sottolineare che in quel periodo la credenza che la moneta fosse una merce intermedia con cui scambiare beni è ampiamente in voga. Complici in parte la mancanza di dati a supporto e in parte le riflessioni fatte da Adam Smith, in quel periodo la moneta viene in pratica omessa dalla trattazione dei sistemi economici, il che è paradossale se si considera che l’economia è la disciplina della moneta.

A quel tempo si è convinti che la moneta abbia un valore intrinseco di scambio legato alla quantità e alla qualità dei metalli contenuti in essa, sebbene già esista la banconota. Tra l’altro come vedremo nei prossimi capitoli gli economisti sembreranno quasi irritati dal fatto che un pezzo di carta senza valore possa valere più di un oggetto composto da metalli preziosi, ma ci arriveremo per gradi.

Inoltre dagli scritti del tempo sembrerebbe esserci una mancanza di comprensione del ruolo delle tasse (anche se è difficile dire se fosse una cosa voluta o meno) e lo si capisce per esempio in questi passaggi sparsi qua e la nel trattato di Say [3]:

“Non ho fatto alcuna distinzione tra la circolazione delle merci e quella del denaro, perché in realtà non ce n'è. […] A Terranova si dice che il merluzzo essiccato svolga il ruolo di denaro […] Alla fine un prodotto viene sempre acquistato con un altro, anche se pagato inizialmente con denaro. […] Una tassa non può mai essere favorevole al benessere pubblico, se non per il buon uso che viene fatto dei suoi proventi. […] Il miglior schema finanziario è spendere il meno possibile; e la tassa migliore è sempre la più leggera.”
Jean Baptiste Say
Traité D'économie Politique (1803)

Al tempo ancora non è chiaro che la moneta è un’entità guidata dalle tasse, non sono ancora riconosciuti e accettati il ruolo della tassazione nell’imposizione della moneta, il valore nominale della moneta e soprattutto il concetto di moneta come rappresentazione del credito e non di una merce. Infatti il modello che ne viene fuori dalla filosofia classica è quello di una specie di baratto in cui la moneta svolge solo il ruolo di merce intermedia. Questo è ampiamente sconfessato oggi, ma al tempo è idea diffusa e quest’idea sarà dura da mandare a morire.

Parallelamente a Malthus in Gran Bretagna e a Say in Francia, si sviluppano anche altre correnti di pensiero ad opera di altri personaggi chiave, che però vedremo nel prossimo capitolo.

BIBLIOGRAFIA E FONTI

[1]   Thomas Robert Malthus (1798), An Essay on the Principle of Population

[2]   Thomas Robert Malthus (1820), Principles of Political Economy

[3]   Jean Baptiste Say (1803), Traité D’économie Politique 

[4]   Jean Baptiste Say (1821), Letter to Mr. Robert Malthus

Il contenuto di questa pagina è rilasciato sotto licenza Creative Commons CC BY-ND 4.0. Per maggiori informazioni consultare le tipologie di licenza Creative Commons.

Per approvazione dell’autore per la creazione di opere derivate, contattare l’autore nell’apposita sezione.