Economia e SocietàNozioni di Economia

La storia dell’economia – capitolo 2: Adam Smith, la prima pietra miliare

1.   Premessa concettuale.

Adam Smith in realtà non è un economista (anche perché non esiste quel tipo di figura a quei tempi) ma un filosofo morale. Ed è proprio dal punto di vista filosofico che Smith approccia quella che sarebbe poi diventata la disciplina economica.

Se nella sua prima grande opera, The Theory of Moral Sentiments, Smith sviluppa una teoria secondo la quale l’animo delle persone vive di approvazione altrui nel tentativo di avere osservatori esterni simpatizzanti con i loro sentimenti, nella sua seconda opera il filosofo scozzese rivoluzionerà per sempre l’economia. Stiamo parlando di An Inquiry into the Nature and Causes the Wealth of Nations, datato 1776, noto a tutti semplicemente come “La ricchezza delle nazioni”.

Ora, il 1776 è un anno molto particolare per la storia. Siamo infatti di fronte ad un punto di svolta: da un lato in Gran Bretagna vengono messe in funzione le prime macchine a vapore di James Watt (dando formalmente inizio alla cosiddetta Rivoluzione Industriale) e dall’altro il Congresso degli USA approva la celebre Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America. Questi due eventi rappresentano la radice del capitalismo moderno, ma entrambi hanno necessitato di un supporto teorico dal quale estrapolarne i principi cardine. Il supporto è l’interpretazione del libro di Smith che ne è stata data.

Ma cosa fa Smith di tanto importante in quel testo? Innanzitutto La ricchezza delle nazioni è la prima opera che tratta di economia con approccio quasi accademico, la prima opera a dare una forma sistemica ad un pensiero del tempo ed essendo intrisa di filosofia (e quindi di ideologia) assume anche una sorta di coerenza strutturale di fondo.

Di base il pensiero di Smith è figlio del suo contesto sociale: a quel tempo la ricchezza era esclusivamente nelle mani dei sovrani che applicavano una visione tendenzialmente mercantilista dell’economia. Con l’ascesa della tecnologia, sempre più pregnante nella società del tempo, iniziava a farsi strada una categoria di persone mai esistita realmente prima di allora sotto gli imperi: la borghesia mercantile. Questa nuova classe si stava arricchendo con il commercio e stava iniziando a comprendere che mettere le mani sulla tecnologia avrebbe portato quella stessa classe a scavalcare i sovrani nel ruolo di élite.

Ecco Smith si colloca proprio agli albori della nascita di tutto questo. Cosa poteva pensare qualcuno che era nato in un’era in cui i sovrani erano ancora i detentori di tutta la ricchezza e la borghesia in piena ascesa veniva tassata dai sovrani? Semplice: che i sovrani erano dei parassiti e che avrebbero dovuto farsi da parte in materia economica per lasciare che la ricchezza venisse fatta affluire nei paesi attraverso il commercio.

Questo pensiero è stato in realtà preso malamente a modello e interpretato per quello che non è, cioè la genesi del liberismo. Smith viene fatto erroneamente coincidere con il padre delle teorie del libero mercato ma in realtà se si contestualizza il personaggio si capisce benissimo che non era né un liberista nel senso che intendiamo oggi né tantomeno un odiatore del governo in senso generale. In Smith ci sono tre punti fondamentali da tenere a mente:

– Il libero mercato è un’alternativa migliore ai sovrani imperialisti ma ha bisogno di una regolamentazione (sia morale che pratica);

– Il travisato concetto della “mano invisibile”;

– La teoria del valore basata sul lavoro;

Cominciamo dal primo.

2.  Si al libero mercato, ma con le dovute precauzioni.

La prima grossa rivoluzione smithiana è quella dell’abbandono della tradizione mercantilista. Smith elogia le potenzialità del libero mercato (non il libero mercato in sé) e disprezza l’operato oppressivo dei governanti e dei sovrani del suo tempo (non l’idea di un governo in sè). Ne “La ricchezza delle nazioni” scrive [1]:

"È quindi massima impertinenza e presunzione da parte di re e ministri pretendere di vigilare sull'economia dei privati e frenare le loro spese, sia con leggi suntuarie, sia vietando l'importazione di beni di lusso stranieri. Sono sempre loro, e senza alcuna eccezione, i più grandi spendaccioni della società. […]. Se la loro stravaganza non rovina lo Stato, quella dei loro sudditi non lo farà mai. […] La violenza e l’ingiustizia dei governanti dell’umanità sono un male antico, per il quale, temo, la natura degli affari umani difficilmente può ammettere un rimedio."
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Questo potrebbe anche sembrare un chiarissimo elogio del libero mercato nudo e crudo, ma le cose non stanno esattamente così. Infatti nello stesso testo dice che [1]:

"Persone dello stesso mestiere raramente si incontrano, anche solo per baldoria o distrazione, ma la conversazione finisce in una cospirazione contro il pubblico o in qualche espediente per aumentare i prezzi. È infatti impossibile impedire tali riunioni con qualsiasi legge che possa essere attuata o che sia compatibile con la libertà o la giustizia. Ma sebbene la legge non possa impedire a persone dello stesso mestiere di riunirsi talvolta insieme, non dovrebbe fare nulla per facilitare tali riunioni; tanto meno per renderle necessarie. […] Ogni volta che il legislatore tenta di regolare le differenze tra padroni e operai, i suoi consiglieri sono sempre i padroni. Quando dunque la regolamentazione è a favore degli operai, è sempre giusta ed equa; ma a volte le cose stanno diversamente quando sono a favore dei padroni."
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Un liberista non sosterrebbe mai che i commercianti fanno accordi di cartello e che sono la matrice originante del lobbismo… ma c’è di più [1]:

"I nostri commercianti e maestri manifatturieri si lamentano molto degli effetti negativi degli alti salari nell’aumento dei prezzi, e quindi nella diminuzione della vendita dei loro beni sia in patria che all’estero. Non dicono nulla sugli effetti negativi degli alti profitti. Tacciono riguardo agli effetti perniciosi dei loro guadagni. Si lamentano solo di quelli degli altri. […] Quando i profitti del commercio sono maggiori del normale, il trading eccessivo diventa un errore generale sia tra i grandi che tra i piccoli commercianti."
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

E non finisce qui [1]:

"Il governo di una società esclusiva di commercianti è forse, per qualsiasi paese, il peggiore di tutti i governi. Fondare un grande impero con il solo scopo di allevare un popolo di clienti può a prima vista sembrare un progetto adatto solo ad una nazione di negozianti. Si tratta tuttavia di un progetto del tutto inadatto ad una nazione di negozianti; ma estremamente adatto per una nazione il cui governo è influenzato dai negozianti."
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Ripeto: nessun liberista avrebbe mai detto una roba del genere. Anzi, addirittura i massimi esponenti del capitalismo liberista (cioè gli USA) hanno allevato nei fatti proprio un popolo di clienti schiavo delle lobby e non a caso Smith individua proprio in questo uno degli aspetti cruciali sui quali bisogna apporre un forte freno al libero mercato. Solo che quando hanno scritto la Carta Costituzionale americana probabilmente questo passaggio di Smith o non l’avevano letto oppure avevano fatto finta di non leggerlo.

Infatti se Smith condanna l’imperialismo mercantilista in modo diretto, in realtà non si astiene dal commentare le possibili derive del libero mercato. Quello che secondo lui è da evitare vale sia per i sovrani che per una società basata sul libero mercato [1]:

“Nessuna società può certamente essere fiorente e felice, se la maggior parte dei suoi membri sono poveri e miserabili. È equità, inoltre, che coloro che nutrono, vestono e alloggiano tutto il popolo, abbiano una parte del prodotto del proprio lavoro tale da essere essi stessi abbastanza ben nutriti, vestiti e alloggiati. […] Tutto per noi e niente per gli altri sembra essere stata, in ogni epoca del mondo, la vile massima dei padroni dell'umanità.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Se guardiamo oggi a cosa è diventato il capitalismo nelle società liberali ci si rende conto che le élite liberiste non hanno fatto altro che replicare le dinamiche imperialiste che le hanno precedute. Questo sarebbe condannato ampiamente da Smith e la cosa dovrebbe far riflettere chi lo considera “il padre del liberismo”.

Tra l’altro Smith critica anche dei comportamenti che invece il liberismo moderno ha adottato ampiamente. Adam Smith non è di certo a favore del controllo dell’economia da parte dei sovrani, ma riconosce l’importanza del settore pubblico in ambito economico. Pertanto non si sarebbe mai sognato di mettere tutto in mano ai privati né tantomeno di privatizzare ciò che è concepito per essere di natura pubblica. Celebre è l’esempio delle strade [1]:

“I pedaggi per la manutenzione di una strada maestra di sicuro non possono diventare proprietà di privati.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Smith intuisce infatti che nonostante il libero mercato sia un’alternativa migliore della tirannia, comunque va regolamentato in qualche modo perché [1]:

“Dovunque ci sia una grande proprietà, c'è una grande disuguaglianza.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Essendo figlio di un’epoca di transizione tra la tirannia dei sovrani e quella dei mercati, Smith fa anche dei ragionamenti in merito a cosa accadrà quando la società si sarà orientata verso il libero mercato e condannando i sovrani ammonisce il comportamento utilizzato da sempre dalle élite: la paura. Peccato però che oggi le élite liberali facciano esattamente la stessa cosa e anche questo alla luce della presunta paternità smithiana del libero mercato dovrebbe essere un monito per le società attuali [1]:

“La paura è in quasi tutti i casi un miserabile strumento di governo , e in particolare non dovrebbe mai essere impiegata contro qualsiasi ordine di uomini che abbia la minima pretesa di indipendenza.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Smith critica anche un altro aspetto che al tempo era a favore delle élite sovrane e che oggi sarebbe a favore delle élite liberali. Stiamo parlando della tassazione sui ricchi. Smith ha comunque dei principi morali e comprende l’entità del disagio della povertà. Per lui quindi la progressività delle tasse è fondamentale e la tassazione sui ricchi non dovrebbe essere alleviata [1]:

“Le necessità della vita sono causa di grandi spese per i poveri. Trovano difficile procurarsi il cibo e la maggior parte delle loro poche entrate viene spesa per procurarselo. I lussi e le vanità della vita costituiscono la principale spesa dei ricchi, e una casa magnifica abbellisce e valorizza al meglio tutti gli altri lussi e vanità che possiedono. Una tassa sugli affitti delle case, quindi, in generale ricadrebbe più pesantemente sui ricchi; e in questo tipo di disuguaglianza non ci sarebbe forse nulla di molto irragionevole. Non è del tutto irragionevole che i ricchi contribuiscano alla spesa pubblica, non solo in proporzione alle loro entrate, ma qualcosa di più che in quella proporzione.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Questo rema contro, per esempio, tutto il filone della supply side economics che ha dominato sotto Reagan e che vedremo più avanti. Pertanto parlare di Adam Smith come padre del liberismo è un’affermazione quantomeno da rivedere.

3.   La presunta “mano invisibile”

Adam Smith è famoso per il celebre concetto della “mano invisibile” che costituirebbe una sorta di ordine naturale che si manifesta nelle condizioni di libero mercato e che porta l’equilibrio nel sistema. In buona sostanza i liberisti sostengono che la teoria dell’equilibrio discenda da questo principio, cioè che una società di libero mercato abbia un equilibrio naturale intrinseco che è dettato dallo scontro degli interessi personali e individualistici di tutti e che finisce per equilibrarsi da sola, un po’ come avviene negli ecosistemi naturali.

Ecco in Smith questo principio è completamente travisato. Lui parla della mano invisibile solamente in un passaggio del secondo capitolo del quarto libro de La ricchezza delle nazioni e in quel passaggio dice [1]:

“Poiché ogni individuo si sforza quanto più possibile sia di impiegare il suo capitale a sostegno dell'industria nazionale, sia di dirigere tale industria affinché i suoi prodotti possano avere il massimo valore; ogni individuo lavora necessariamente per rendere il più grande possibile il reddito annuo della società. In genere infatti, non intende promuovere l'interesse pubblico, né sa quanto lo stia promuovendo. Preferendo il sostegno dell'industria nazionale a quello dell'industria straniera, egli mira solo alla propria sicurezza; e dirigendo quell'industria in modo tale che il suo prodotto possa essere del massimo valore, egli mira solo al proprio guadagno, ed è in questo, come in molti altri casi, guidato da una ‘mano invisibile’ a promuovere un fine che non era parte della sua intenzione. Né è sempre peggio per la società il fatto di non farne parte. Perseguendo il proprio interesse spesso promuove quello della società in modo più efficace di quando intende realmente promuoverlo. Non ho mai visto fare molto bene da coloro che fingevano di commerciare per il bene pubblico.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Qui non parla di un equilibrio del sistema garantito dalle azioni dei singoli individui. Innanzitutto Smith parla di “interesse nazionale”, cosa ampiamente tradita dal liberalismo globalista… ma a parte questo, il senso evidente della cosa è che ogni individuo sa che cercare di massimizzare il valore dei suoi prodotti fa crescere il PIL nazionale, ma di certo una persona non lavora per accrescere il PIL nazionale ma è mossa dal suo interesse personale. Quindi nel tentativo di inseguire il suo interesse personale promuove un fine che non è quello originario. Eccola la “mano invisibile”. Nulla a che vedere con l’equilibrio del sistema nel libero mercato.

Attenzione però, questa non è comunque una giustificazione dell’individualismo. Infatti nel libro The Theory of Moral Sentiments pubblicato dallo stesso Smith 17 anni prima, lui fa una disamina morale della sua interpretazione della natura umana e ammette che comunque l’uomo non è esattamente una bestia senza sentimenti [2]:

“Per quanto egoista si possa supporre l'uomo, ci sono evidentemente nella sua natura alcuni principi che lo fanno interessare alla fortuna degli altri e gli rendono necessaria la loro felicità, sebbene non ne tragga altro che il piacere di vederla.”
Adam Smith
Adam Smith
The Theory of Moral Sentiments (1759)

4.  La prima vera formulazione della teoria del valore.

Adam Smith ha come merito anche quello di aver introdotto per primo una teoria che spiegasse il valore delle merci, i prezzi e il commercio. Sebbene sia intrisa di errori storici e concettuali è comunque un lodevole primo passo verso quello che sarà uno dei punti cruciali della macroeconomia negli anni successivi.

Smith parte da un concetto sbagliato: ovvero quello della natura della moneta di tipo “metallista”. Lui parte dall’idea della moneta nata dal baratto facendo riferimento ai pescatori di Terranova che commerciavano usando il merluzzo come moneta. Questa cosa verrà poi smentita da Alfred Mitchell-Innes in questo paper.

Peraltro fa delle affermazioni contrastanti proprio sulla moneta, dandone prima una versione metallista e poi una versione cartalista. Infatti prima dice che [1]:

“Sembra che alla fine gli uomini siano stati condotti da ragioni irresistibili a dare la preferenza per questo uso ai metalli rispetto a qualsiasi altra merce […] non solo possono venir conservati con minori perdite rispetto a qualsiasi altra merce, ma possono anche venir suddivisi in qualsiasi numero di parti, così come, con la fusione, queste parti possono sempre essere facilmente riunite. [...] In ogni paese del mondo, credo, l'avarizia e l'ingiustizia dei principi e degli stati sovrani, abusando della fiducia dei loro sudditi, ha gradualmente diminuito la quantità reale di metallo, che era stata originariamente contenuta nelle loro monete. […] In realtà, nel rispetto di una qualsiasi proporzione regolata, tra i rispettivi valori dei diversi valori dei diversi metalli presenti nella moneta, il valore del metallo più prezioso regola il valore dell'intera moneta.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

in pieno accordo con la teoria metallista della moneta, salvo poi dover ammettere che in realtà il valore della moneta è quello nominale, non quello intrinseco [1]:

"Un principe che dovesse sancire che una certa quota delle sue tasse debba essere pagata in un certo tipo di moneta cartacea, darebbe in tal modo un certo valore a quella moneta cartacea; anche se il termine fissato per il pagamento finale e per il suo rimborso dovesse dipendere completamente dalla sua volontà."
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Quindi se vogliamo Smith anticipa il cartalismo pur assecondando la teoria più in voga al tempo. Ad ogni modo, Smith vede nella propensione al commercio una caratteristica prettamente umana [1]:

“È la conseguenza necessaria, anche se molto lenta e graduale, di una certa inclinazione della natura umana che non ha in vista un'utilità così estesa; la propensione a trafficare, barattare e scambiare una cosa con un'altra. […] Nessuno ha mai visto un cane fare uno scambio giusto e deliberato di un osso con un altro con un altro cane.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Partendo da questo da questo assunto ne fa derivare una teoria del valore fondata sul lavoro necessario per produrre le merci [1]:

“Ma l'uomo ha quasi costantemente occasione di chiedere aiuto ai suoi fratelli, ed è vano per lui aspettarselo solo per via della loro benevolenza. Avrà maggiori probabilità di prevalere se riesce a interessare il loro amor proprio a suo favore e a mostrare loro che è nel loro vantaggio fare per lui ciò che chiede loro. Chi offre ad un altro un affare di qualsiasi genere, si propone di fare questo. Dammi quello che voglio, e tu avrai quello che vuoi, è il significato di ogni offerta del genere; ed è così che otteniamo gli uni dagli altri la maggior parte dei buoni uffici di cui abbiamo bisogno. Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo la nostra cena, ma dal loro rispetto per i propri interessi. Ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro amor proprio, e non parliamo mai con loro delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi. Nessuno, tranne un mendicante, sceglie di dipendere principalmente dalla benevolenza dei suoi concittadini. Anche un mendicante non dipende interamente da questo. […] Non è per se stessi che gli uomini desiderano il denaro, ma per ciò che con esso possono acquistare.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Quindi Smith intuisce in qualche modo il fatto che si lavora per ottenere denaro e che il denaro compra in un certo senso sia la libertà di soddisfare i propri desideri, sia altri tipi di libertà. E l’interesse personale di tutti è quello di raggiungere quello stadio in cui si ha la possibilità di fare ciò che si vuole e lo si può raggiungere solo con sufficiente denaro, quindi l’uomo vive in una società in cui tutti lavorano con questa chimera.

Da questa riflessione sviluppa il concetto del valore incentrato sul lavoro e il concetto della divisione dei compiti [1]:

“Ogni uomo è ricco o povero a seconda del grado in cui può permettersi di godere delle necessità, delle comodità e dei divertimenti della vita umana. Ma una volta che la divisione del lavoro è avvenuta completamente, il lavoro dell'uomo può fornirgli solo una parte molto piccola. La maggior parte di essi deve derivarne dal lavoro di altre persone, e deve essere ricco o povero a seconda della quantità di quel lavoro che può comandare o che può permettersi di acquistare. Il valore di qualsiasi merce, quindi, per colui che la possiede, e che intende non usarla o consumarla lui stesso, ma scambiarla con altre merci, è uguale alla quantità di lavoro che essa gli permette di acquistare o di comandare. Il lavoro è dunque la misura reale del valore scambiabile di tutte le merci. […] Il lavoro era il primo prezzo, il denaro d’acquisto originario pagato per tutte le cose. Non con l'oro o con l'argento, ma con il lavoro, tutta la ricchezza del mondo veniva originariamente acquistata; e il suo valore, per coloro che lo possiedono e che vogliono scambiarlo con qualche nuova produzione, è esattamente uguale alla quantità di lavoro che può consentire loro di acquistare o di comandare. […] Un uomo deve sempre vivere del suo lavoro, e il suo salario deve essere almeno sufficiente a mantenerlo. Nella maggior parte dei casi devono anche essere un po' di più, altrimenti gli sarebbe impossibile allevare una famiglia, e la stirpe di tali operai non potrebbe durare oltre la prima generazione. […] il lavoro di un manifatturiero aggiunge, generalmente, al valore dei materiali su cui lavora, a quello del suo stesso mantenimento e ai profitti del suo padrone. Il lavoro di un servitore umile, al contrario, non aggiunge valore a nulla. […] Il consumo è l'unico fine e lo scopo di tutta la produzione e l'interesse del produttore dovrebbe essere curato solo nella misura in cui ciò sia necessario per promuovere quello del consumatore.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Questo effettivamente da origine alla “filosofia capitalista”, sebbene il capitalismo di Smith sia un capitalismo dotato di principi morali, ampiamente distante da quello al quale siamo abituati a pensare. D’altronde Smith è totalmente contrario ai principi attuali dell’economia mainstream, infatti per lui i concetti di NAIRU e di output gap (che vedremo più avanti nella storia) sono totale follia [1]:

“Dev'essere assolutamente pazzo chi, dove c'è una sicurezza tollerabile, non impiega tutte le risorse di cui dispone... […] il prodotto annuo della terra e del lavoro di qualsiasi nazione non può essere aumentato di valore se non aumentando il numero dei suoi lavoratori produttivi o le forze produttive di quei lavoratori che erano stati precedentemente impiegati.”
Adam Smith
Adam Smith
The Wealth of Nations (1776)

Il capitalismo di Smith è quindi un capitalismo morale che si sposerebbe senza eccessiva fatica con una democrazia europea anni ’60 di stampo filosocialista. Nel libro “The Theory of Moral Sentiments Smith” infatti condanna proprio da un punto di vista morale le conseguenze del libero mercato [2]:

“Questa disposizione ad ammirare, e quasi a venerare, i ricchi e i potenti, e a disprezzare o, almeno, a trascurare le persone di condizioni povere e meschine, sebbene necessaria sia per stabilire che per mantenere la distinzione dei ranghi e l'ordine della società, è allo stesso tempo la grande e più universale causa della corruzione dei nostri sentimenti morali.”
Adam Smith
Adam Smith
The Theory of Moral Sentiments (1759)

Così come il principio finto buonista caposaldo degli attuali Dem [2]:

“La misericordia verso il colpevole è crudeltà verso l'innocente.”
Adam Smith
Adam Smith
The Theory of Moral Sentiments (1759)

5.  Conclusioni.

Alla luce di tutto questo emerge quindi chiaramente una figura totalmente diversa da quella che ci dipingono i liberali. Per capire basta leggere e quello che abbiamo fatto qui è proprio questo: leggere alla fonte.

Sulle idee di Smith, in parte totalmente travisate, si svilupperà quindi tutto il filone dell’economia classica. Con Smith si è realizzata quindi la prima rivoluzione della teoria economica ed è pertanto giusto guardare a lui come un caposaldo della storia del pensiero.

Vedremo nei prossimi articoli come nell’arco della storia chi più chi meno abbia pescato qualcosa da Smith per andare poi a sviluppare i propri modelli.

BIBLIOGRAFIA E FONTI

[1]   Adam Smith (1776), An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations

[2]   Adam Smith (1759), The Theory of Moral Sentiments

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