Economia e Società

L’inflazione

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1.  Introduzione concettuale.

Il quarto passaggio importante nella comprensione dei sistemi economici, dopo la natura della moneta, i bilanci settoriali e il funzionamento del sistema bancario è l’inflazione.

L’inflazione non è la svalutazione della moneta ma l’aumento del livello generale dei prezzi in più periodi consecutivi. La variazione di quel livello generale dei prezzi relativamente al periodo precedente è il cosiddetto “tasso di inflazione” e quando si parla di inflazione generalmente ci si riferisce per estensione proprio a questo concetto:

Questa quantità prende anche il nome di deflatore del PIL, anche se ora non ci interessa. Per misurare l’inflazione quindi bisogna misurare il livello generale dei prezzi, ma come si fa? Si costituisce di un “paniere” di beni e si misura ogni anno il prezzo di quei beni contenuti nel paniere. Ovviamente il paniere deve rispettare quelle che sono le abitudini di consumo del paese, quindi questo non conterrà di sicuro le supercar o le ville di lusso come beni di riferimento. Si potrebbe (e si dovrebbe) anche valutare se la definizione del paniere sia corretta, ma è un’analisi troppo lunga che per ora non porta valore aggiunto e quindi la rimandiamo a data da destinarsi.

Accettato per buono il paniere, una volta trovati i numeri si può mediare e mettere tutto dentro quell’equazione per ottenere il tasso di inflazione.

Fate subito caso ad una cosa: quell’equazione non dice niente sul perché i prezzi siano cambiati. Misura soltanto in modo passivo il livello di inflazione e quindi le cause vanno ricercate separatamente. Il tema delle cause dell’inflazione è sicuramente uno degli aspetti più discussi in tutte le ideologie economiche, semplicemente perché va a toccare il potere d’acquisto della valuta rispetto ai beni e sebbene questo non piaccia a molti, di sicuro non piace a determinate categorie sociali (indovinate un po’? bravi, le più ricche). Infatti quando il peso del denaro è maggiore del peso del lavoro la società si orienta verso la rendita e sempre meno verso la produttività, dando sempre più potere e influenza a chi detiene i soldi, generando poi quelle dinamiche feudali e per certi versi clientelari che per secoli hanno schiacciato l’umanità; quando invece il peso del lavoro è maggiore del peso del denaro la società è più diretta chiaramente verso il lavoro e quindi verso la generazione di progresso, facendo perdere potere a chi possiede denaro rispetto a chi possiede lavoro.

Ma non solo, il tema delle cause dell’inflazione va a toccare pure la ricetta della “soluzione” all’inflazione. Spero di riuscire a dare di seguito un quadro complessivo del fenomeno a tutti in modo che ognuno possa poi fare le proprie considerazioni. Andiamo a vedere allora in linea generale da cosa dipende l’inflazione.

2.  Da cosa dipende l’inflazione.

L’inflazione come già anticipato prima non è una questione monetaria ma una questione macroeconomica generale. Infatti per come è definita bisogna mettere sul tavolo le ragioni dell’aumento dei prezzi, che non dipendono dalla moneta in senso stretto.

Le dinamiche dei prezzi sono sempre determinate dal rapporto tra domanda e offerta di beni/servizi. La domanda (cioè la richiesta dei beni/servizi da parte di cittadini e aziende) e l’offerta (cioè la disponibilità di quei beni/servizi all’interno del paese) vengono tipicamente visualizzate su un grafico prezzo-quantità. Il punto di incontro tra queste due curve determina il prezzo finale di vendita e la quantità venduta. Chiaramente è un modello matematico che per sua natura è una semplificazione della realtà, ma con buona approssimazione in questa sede possiamo considerarlo valido.

Ora, immaginiamo di applicare questo concetto non ad un singolo prodotto ma alla totalità dei beni e servizi del paese. La domanda a questo punto diventa la domanda aggregata e l’offerta diventa l’offerta aggregata di beni/servizi. A questo punto il prezzo che si ottiene incrociando le due curve non è il prezzo di uno specifico prodotto ma bensì il livello generale dei prezzi; allo stesso modo la quantità trovata sul grafico non sarà più la quantità dello specifico bene ma la quantità totale di beni/servizi. In questo schema quindi la quantità totale di beni/servizi coincide con il livello nazionale della produzione, cioè la quantità di beni prodotti destinati al consumo interno del paese.

E’ chiaro a questo punto che le cause dell’inflazione dovranno essere ricercate in qualsiasi azione che, muovendo le due curve, andrà a muovere verso l’alto il loro punto di intersezione e di conseguenza il livello generale dei prezzi:

Relativamente allo spostamento del livello generale dei prezzi ci possono essere quindi solo due scenari:

1) Si muove la curva di domanda aggregata senza che si muova quella di offerta aggregata. Nella fattispecie l’inflazione aumenta quando la curva di domanda si sposta verso destra a parità di altre condizioni. Stesso effetto ma con conseguenze minori lo si ottiene se entrambe le curve si spostano ma la domanda si sposta di più dell’offerta. 

2) Si muove la curva di offerta aggregata senza che si muova quella di domanda aggregata. Nella fattispecie l’inflazione aumenta quando la curva di offerta si sposta verso sinistra a parità di altre condizioni. Stesso effetto ma con conseguenze minori lo si ottiene se entrambe le curve si spostano ma l’offerta si sposta di più della domanda.

3.1   Cause dell’eccesso di domanda rispetto all’offerta.

Quali possono essere le cause dello spostamento della curva di domanda verso destra a parità di altre condizioni?

Aumento del deficit di Stato senza un livello adeguato della produzione. In questo caso lo Stato se fa spesa pubblica in eccesso rispetto alla tassazione e questi investimenti pubblici non sono finalizzati ad incrementare la produzione industriale, quello che succede è che le persone domandano di più perché hanno a disposizione più moneta. Poiché la spesa non ha finanziato l’incremento della produzione, semplicemente si manifesta una scarsità di beni/servizi rispetto alle quantità richieste. Le persone sono quindi disposte a spendere di più pur di accaparrarsi i beni/servizi domandati e quindi i prezzi tendono a salire. Rientrano in questo scenario per esempio l’helicopter money oppure i sussidi in determinati contesti. Quindi il livello generale della produzione svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento della stabilità della moneta.

Mark-up aziendale. Le cause di una curva domanda più a destra del normale arrivano però anche dalla somma di tante attitudini “micro”. Infatti bisogna considerare che il profitto è costituito da ricavi meno costi, quindi i prezzi sono di fatto i costi di produzione più un margine di guadagno del venditore. Ovviamente l’ampiezza del margine incide sul prezzo finale e se la tendenza generale di tutti i venditori dovesse essere quella di alzare i margini (o di non rinunciare a parte di essi in momenti di crisi) allora quella quota parte si andrebbe a ripercuotere sull’inflazione. Questo perché incrementare il margine significa far salire i prezzi, quindi se quei prodotti sono indispensabili significa far crescere il valore monetario aggregato dei consumi e quindi far salire la domanda aggregata, perciò aumentare il margine sposta verso destra la curva di domanda a parità di offerta. Sappiamo tutti che in genere a nessuno conviene aumentare il margine perché la concorrenza ti spingerebbe fuori mercato, ma in un contesto pre-esistente di rincaro prezzi, il mantenimento del margine contribuisce ad un maggiore livello generale dei prezzi [6]. A questo bisognerebbe aggiungere anche il dislivello retributivo tra i dirigenti e gli operativi, cresciuto a dismisura nel corso degli anni a fronte di una stagnazione salariale di ottocentesca memoria che contribuisce a mantenere alto il margine in determinati contesti storici e condizioni economiche per le quali esso andrebbe almeno parzialmente eroso [5, 6, 7].

Aumento del tasso di interesse. Il tasso di interesse è per definizione inflazione pura, infatti aumentare il tasso di interesse significa aumentare il cosiddetto “prezzo proprio” del denaro, cioè il prezzo rispetto a se stesso a distanza di un certo periodo di tempo. Se l’autorità monetaria aumenta il tasso di interesse, aumenterà il prezzo proprio della valuta e quindi il tasso di inflazione. Tenete presente che l’aumento del deficit tende a far abbassare il tasso di interesse perché la spesa pubblica immette riserve nel circuito [15] (come spiegato qui). Quindi entro certi limiti, siccome la spesa pubblica abbassa il tasso di interesse, se da un lato un eccesso di spesa rispetto alle capacità produttive del paese potrebbe portare verso un aumento dei prezzi, dall’altro lato il suo effetto di riduzione del tasso di interesse compenserebbe questo aumento andando a ridurre il peso degli investimenti. Chiaramente la “propensione ad investire” dipende principalmente dalle aspettative sul futuro e  dal tasso di interesse ma avere un tasso più basso significa poi dover considerare meno costi e quindi un prezzo finale più basso… sempre a patto che questa riduzione non venga inopportunamente compensata a sua volta da un aumento del margine da parte dei venditori…

3.2   Cause della scarsità di offerta rispetto alla domanda.

Quali sono invece le possibili cause dello spostamento della curva di offerta verso sinistra a parità di altre condizioni?

Crollo della produzione [3]. Questo accade quando diminuisce la produttività oppure quando proprio fisicamente si manifestano degli ostacoli alla produzione. Un esempio di diminuzione della produttività sono le riforme agrarie. Nella storia quasi tutti i tentativi di riforma agraria si sono tramutati in inflazioni stellari e il motivo è semplice: se tolgo la terra a persone che la sanno coltivare per metterla in mano a persone che non la sanno coltivare i terreni produrranno di meno e peggio. Questo quindi causa scarsità di prodotti e quindi per un discorso analogo al precedente le persone saranno disposte a spendere di più per accaparrarsi quello che c’è, facendo salire i prezzi. Gli esempi di ostacoli alla produzione invece sono molti di più. Pensate ad esempio alle guerre. Le guerre distruggendo le infrastrutture rendono lo spostamento delle merci più difficile o in alcuni casi impossibile, causando scarsità di beni e quindi spostamento della curva di offerta aggregata verso sinistra a parità di domanda… o semplicemente siccome le guerre causano morti, mancano poi i lavoratori e di conseguenza salgono gli stipendi perché c’è scarsità di personale; pensate agli embarghi, cioè quelle condizioni in cui un paese non riceve più le merci (e quindi salgono i prezzi per scarsità di beni); pensate agli scioperi nazionali prolungati (condizione in cui fermandosi il lavoro le merci non arrivano); pensate ai cambi di regime e alle tensioni politiche, in cui si manifestano guerre civili, scioperi, proteste tutto quello che come abbiamo visto sopra causa scarsità di beni/servizi; pensate alle catastrofi naturali (come carestie, maremoti, terremoti, uragani, eruzioni vulcaniche etc…) che vanno a distruggere siti produttivi, campi coltivati, case abitate etc… tutto questo sposta la curva di offerta verso sinistra.

Eccesso di esportazioni. Altro fattore che sposta la curva di offerta verso sinistra è l’export eccessivo. Questa condizione si manifesta per esempio quando un paese rinuncia alla sua sovranità monetaria (adottando una valuta estera oppure indebitandosi eccessivamente in valuta estera, specie se poi la propria valuta non è floating). In queste condizioni il paese non può emettere la valuta in cui è indebitato e si ritrova costretto a dover esportare pesantemente per procurarsela, il che porta alla fuoriuscita dal paese di un gran numero di prodotti che non finiscono nei consumi. Se i prodotti in questione sono prodotti di base, la domanda di quei prodotti resterà inalterata mentre l’offerta diminuirà sempre di più all’aumentare dell’export. Questo sposta la curva di offerta nazionale verso sinistra, spostando di conseguenza il punto di equilibrio verso l’alto e quindi il livello generale dei prezzi verso l’alto. Non stiamo parlando di un meccanismo ipotetico ma di qualcosa che è già successo (nella fattispecie è la principale causa dell’iperinflazione di Weimar come vedremo dopo). Come spiega anche il professor Randall Wray, nei paesi in cui vigono queste condizioni limite (debiti in valuta estera o regimi di cambio fisso) le cause sono da ricercarsi nell’eccesso di disponibilità di IOU di Stato quando non si è in grado di soddisfare il vincolo esterno autoindotto a cui si è sottoposti [8]

3.3   I fattori esterni allo Stato.

Ci sono altri due fattori “esterni” allo Stato (ma non per questo non si può agire su di essi): la speculazione finanziaria e l’inflazione importata. La speculazione finanziaria a rialzo se agisce sui prodotti che sono alla base del sistema economico di un paese può causare un aumento circoscritto nel tempo dei prezzi. Va detto per precisione che non sarà mai la causa radice di un processo inflattivo perché nessuno aumenta artificialmente la domanda se non c’è già una tendenza in atto che suggerisca agli speculatori di agire in quel modo.

Altra storia è invece l’inflazione importata (o inflazione dei costi). Questo fenomeno è stato al centro delle crisi energetiche degli anni ’70 ed è fortemente legato alla dipendenza dell’economia di un paese da prodotti importati che sono alla base del suo tessuto economico. Per esempio negli anni ’70 l’economia mondiale era terribilmente dipendente dal petrolio e allo scoppio della Guerra del Kippur i paesi arabi dell’OPEC hanno aumentato il prezzo del petrolio e realizzato embarghi nei confronti dei paesi che avevano preso posizioni filo-israeliane nel conflitto. Condizioni come queste sono un agente esterno di disturbo nel sistema e quindi vanno a far saltare qualsiasi schema “atteso” nei comportamenti economici dei sistemi stessi. Ecco perché per esempio negli anni ’70 si è verificata la cosiddetta “stagflazione”, cioè la concomitanza di inflazione e disoccupazione.

3.  L’iperinflazione. 

Esiste poi una condizione particolare che è detta “iperinflazione” che rappresenta un processo di aumento di prezzi andato in divergenza totale. Gli economisti attribuiscono cause radice differenti in base alla loro ideologia economica ma questo è un errore grossolano perché in realtà le cause dell’iperinflazione sono le stesse dell’inflazione, solo che invece di essere contrastate dal Governo e dalle autorità monetarie vengono agevolate nella loro azione.

Stabilire una soglia entro cui l’inflazione degenera in iperinflazione è complicato, tuttavia atteniamoci al criterio secondo cui bisogna considerare iperinflazione un’inflazione mensile superiore al 50%. Ovviamente c’è una differenza abissale tra inflazione annua (YoY, acronimo di year on year) e inflazione mensile (MoM, acronimo di month on month). Dire che ho un’inflazione YoY del 50% significa dire che alla fine dell’anno ho subito un incremento dei prezzi del 50% mentre dire che ho un’inflazione MoM del 50% significa dire che alla fine di ogni mese i prezzi salgono del 50% e questo significa andare a dire nel cumulato che alla fine dell’anno saranno aumentati dell’8.549%.

Se ci atteniamo quindi alla definizione ufficiale, siccome parliamo convenzionalmente di inflazione YoY, ogni inflazione sotto all’8.549% non deve essere considerata iperinflazione. Ecco perché questa parola è spesso usata a sproposito.

In un paper bellissimo di Cullen Roche in cui vengono analizzate dieci iperinflazioni moderne viene messo in luce che le cause radice sono fondamentalmente comuni e che non sono da ricercare nella spesa pubblica o nel debito pubblico, ma bensì in eventi esogeni, i quali sono i responsabili del rifiuto collettivo della valuta e del collasso del sistema fiscale [3]. Come giustamente sottolinea Roche, se un Governo perde la capacità di tassare, la moneta perde valore. Tra gli eventi esterni che possono causare questo vengono identificati tipicamente guerre, cambi di regime, cessioni di sovranità monetaria, corruzione etc…

Questa tesi è sostenuta anche da altri economisti del passato. Ad esempio lo stesso Alfred Mitchell Innes spiegò che le guerre sono una delle principali cause della svalutazione del credito [4]:

“La grande causa delle perturbazioni monetarie del Medioevo non era l’aumento del prezzo dei metalli preziosi, ma la svalutazione dell’unità di credito, a causa delle devastazioni della guerra, della pestilenza e della carestia. Oggi non riusciamo a renderci conto della terribile condizione alla quale queste tre cause hanno ridotto l’Europa di volta in volta.”

Oppure più avanti, parlando della maggiore stabilità del valore del credito, dice che:

“Fu il risultato della scomparsa di piaghe e carestie e la mitigazione delle devastazioni che accompagnarono le guerre precedenti, e la migliore organizzazione dei governi, specialmente per quanto riguarda la loro finanza. Questi cambiamenti hanno prodotto una prosperità e una stabilità del valore del credito, in particolare del credito governativo, sconosciuto in passato.”

E ancora:

“Allo stesso tempo i governi avevano accumulato grandi debiti per mantenere i loro eserciti e per continuare le loro continue operazioni belliche, e non erano in grado di riscuotere le tasse che dovevano pagarli. Era impossibile che, in tali condizioni, il valore del credito (in altre parole il valore dell’unità monetaria) non dovesse diminuire. Non è affatto necessario cercare i deprezzamenti arbitrari immaginari del conio per spiegare il fenomeno.”

In buona sostanza quindi è la qualità del credito che conta ai fini del valore dello stesso. Quando in condizioni normali uno Stato ha il pieno controllo sul sistema fiscale (e cioè al netto di una quota fisiologica di evasione riscuote le tasse dal settore privato) quel credito ha valore. Se lo Stato inizia a perdere questa capacità, per i motivi che abbiamo visto sopra, il risultato è il progressivo allontanamento del valore del credito dal suo valore originario.

Quindi tipicamente episodi iperinflattivi sono da associare a guerre, eccessivi debiti non denominati in valuta nazionale, governi incauti e/o estremamente corrotti, embarghi, secessioni e produzione al collasso: tutti eventi straordinari, così come è straordinaria l’iperinflazione. Se si analizzano tutti i casi di forte inflazione avvenuti negli ultimi 300 anni, le cause radice possono sempre essere ricondotte a quanto esposto finora. Considerando infatti la definizione di iperinflazione, nella storia recente si sono verificati i seguenti casi:

Sto cercando di mettere sul sito un’analisi completa di tutti i default e le iperinflazioni di tutti i paesi del mondo, ma richiederà del tempo perciò vi chiedo di pazientare. Nel frattempo però vi riporto tre esempi classici di iperinflazioni con una breve descrizione del contesto per far comprendere le cause:

L’iperinflazione della Repubblica di Weimar. Con il Trattato di Versailles nel 1919 le nazioni vincitrici della prima guerra mondiale costringono la Germania a ridisegnare i suoi confini, a rinunciare alle sue colonie africane e a pagare i costi di guerra da loro sostenuti. La cifra viene quantificata nel 1921 e ammonta a circa 226 miliardi di Goldmark (equivalenti a circa 846 miliardi di $ di oggi) da pagarsi in oro, a rate, con interesse al 6%. Questa cifra viene poi ridotta a 132 miliardi di Goldmark e poi a 3. La strategia tedesca per pagare questa somma è quella di puntare su politiche mercantiliste, producendo prodotti ed esportandoli forsennatamente per accaparrarsi l’oro che gli serviva per ripagare il debito: il tutto ovviamente a discapito della domanda interna. Le rate annuali del debito di guerra pesano circa come un quarto dell’intero export tedesco, perciò inevitabilmente il mercato interno viene compromesso. A questo va aggiunto un altro evento dall’impatto notevole sulla disponibilità di prodotti: l’occupazione franco-belga della regione tedesca della Ruhr nel 1922. Lo scopo dichiarato è quello di tirare le orecchie alla Germania e costringerla a pagare di più visto che inizia ad essere inadempiente. Tuttavia questo evento non fa altro che peggiorare la situazione perché la Germania perde un polo produttivo importante e questo significa ancor meno prodotti a disposizione (sia per l’export che per il mercato interno). Ecco che allora i prezzi iniziano a salire vertiginosamente. Altro aspetto importante è la mancata compressione del bilancio pubblico in un contesto di riduzione necessaria degli IOU di Stato. Infatti il Governo tedesco non ne vuole sapere di alzare le tasse e ridurre la spesa pubblica in quel contesto nonostante fosse una scelta quasi obbligata. Il paese quindi perde la capacità di soddisfare la domanda interna e paradossalmente anche la capacità di esportare e quindi di procurarsi l’oro per pagare il debito estero. Per importare i produttori sono costretti ad indebitarsi in valuta estera e questo in concomitanza con l’inflazione causa la spirale autodistruttiva che porta a comprare il pane con carriole di marchi. L’iperinflazione viene risolta solo nel 1924.

L’iperinflazione dello Zimbabwe del 2008. Sulla base della diatriba ideologica tra bianchi e neri, Mugabe avvia nel 1979 una riforma agraria sconsiderata. A partire dal 1984 inizia a confiscare le terre e le fattorie che appartenevano ai coloni europei e alle loro discendenze, redistribuendole alle famiglie dei miliziani e dei partigiani della guerra di liberazione. Inizialmente la riforma avviene in modo graduale, ma dall’inizio degli anni 2000 il processo viene accelerato in modo selvaggio, per fini sostanzialmente politici. La produzione alimentare del paese avviene fondamentalmente in quei terreni e prima della confisca erano curati da persone tendenzialmente in grado di farlo. Quando i terreni vengono redistribuiti finiscono per essere lasciati allo stato brado poiché i nuovi proprietari non hanno le necessarie competenze agricole [3] e questo conduce in poco tempo al collasso della produzione agroalimentare (sia per il mercato interno che per l’export). Si inizia così ad importare il cibo che manca e a chiedere il supporto del FMI, il quale elargisce denaro al paese (ovviamente non in valuta locale ma in dollari statunitensi, quindi debito in valuta estera). A questo quadro disastroso si somma la folle spesa militare della Guerra del Congo che riversa una vagonata di moneta a fronte di un sistema produttivo collassato, di una tassazione incapace di comprimere gli IOU in eccesso e di un debito pesante in valuta estera necessario per fronteggiare lo shortage di cibo. In pochissimi mesi l’inflazione parte per la tangente. Il paese viene dollarizzato ma questo non impedirà il verificarsi di nuovi picchi inflattivi (come l’800% di inflazione nel 2020).

L’iperinflazione ungherese del dopoguerra. Immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, l’Ungheria fronteggia la più grande iperinflazione della storia moderna. Dopo la fine dell’Impero Austro-Ungarico infatti l’Ungheria contrae debiti con la League of Nations per stabilizzare l’inflazione e nel 1925 introduce una nuova valuta, il pengő. Nel 1944 l’Ungheria prova a tenersi fuori dalla guerra e quando tenta la pace con gli Alleati, la Germania la invade, instaurando un governo fascista. Quando la guerra si sposta anche sul suolo ungherese, nei sei mesi successivi i sovietici radono al suolo tutto il paese, distruggendo più del 40% della capacità industriale ungherese e danneggiando il 90% delle infrastrutture produttive [11]. Le strade, le ferrovie, gran parte dei treni e i ponti vengono distrutti dai bombardamenti. I tedeschi si portano via persino i macchinari per stampare moneta… il Governo opta inizialmente per un prelievo forzoso del 75% sui capitali posseduti ma questo acuisce ulteriormente l’inflazione. Per venirne fuori il Governo allora sfrutta l’inflazione per ricostruire il tessuto industriale (sfruttando la contrazione di prestiti che in regime inflattivo è un vantaggio per il debitore) e nel breve periodo, sacrificando la stabilità dei prezzi, ricostruisce il paese. Così in breve tempo l’inflazione viene riassorbita.

4.  La storia dell’ideologia anti-inflattiva. 

Ma da dove nasce il terrore dell’inflazione? Se consideriamo soltanto l’epoca moderna in cui la materia economica iniziava a prendere forma, tutto parte in tempi non sospetti. Ai tempi di David Hume si credeva ancora che la ricchezza di un paese dipendesse dalla quantità di oro detenuta da quel paese. In virtù di questa credenza (l’ideologia mercantilista) i sovrani adottavano un modello di tipo predatorio e quindi le manovre economiche erano tipicamente volte all’espansionismo e al colonialismo sfrenato, sottomettendo le economie delle colonie ed obbligandole ad essere importatori netti dei prodotti del paese colonizzatore. Il colonizzatore quindi costringeva il colonizzato ad importare le sue merci e a farsele pagare in oro. Per quest’ultimo quindi, più export e meno import significava un bilancio positivo di oro importato.

Hume critica questa visione sostenendo che importare troppo oro avrebbe portato inflazione perché l’oro stesso (con cui erano fatte le monete) si sarebbe svalutato [12]. Al tempo vige una visione della moneta completamente sbagliata come avrete sicuramente letto qui, per cui si crede che il valore della moneta sia legato a degli standard metallici e non al suo reale valore (cioè quello nominale).

A partire da principi come questo iniziano a prendere piede le prime forme embrionali dell’ideologia monetarista e all’inizio del ‘900 infatti inizia il tentativo di formalizzare matematicamente questo concetto. L’economista Irving Fisher ci riesce, arrivando alla celebre equazione degli scambi di Fisher:

In buona sostanza la parte sinistra dell’equazione, cioè il prodotto tra la massa monetaria disponibile e la frequenza con cui questa passa di mano in mano, sarebbe l’offerta di moneta. La parte destra invece, cioè il prodotto tra livello generale dei prezzi e quantità prodotte, corrisponderebbe alla domanda di moneta. Quindi in definitiva l’equazione afferma che l’offerta di moneta deve essere uguale alla domanda di moneta [13].

Le ipotesi di base di Fisher sono la concorrenza perfetta e la costanza nel breve periodo della frequenza con cui la moneta passa di mano in mano (detta anche “velocità di circolazione della moneta”). Dire questo significa dire che il livello della produzione è già al massimo livello possibile perché in concorrenza perfetta il mercato alloca al meglio le risorse e quindi non è possibile fare più di così. Se si accettano queste due ipotesi, in pratica v e Q sono costanti, quindi gli unici due parametri che restano liberi sono la quantità di moneta e il livello generale dei prezzi. Nell’equazione se aumenta la massa monetaria aumentano i prezzi. Da qui l’assunto “più moneta c’è in circolo e maggiore sarà l’inflazione“.

Questa relazione è stampata nelle vostre menti più di quanto pensiate e sarebbe bene che ve la togliate dalla testa visto che si tratta di un colossale inganno.

Già così, al volo, le due ipotesi di base sono false: la concorrenza perfetta non esiste e la velocità di circolazione della moneta non è mai costante (basta guardare i dati per verificarlo); ma poi considerare vera questa equazione significa non considerare due cose fondamentali: il risparmio e il credito. Nell’equazione non si tiene conto infatti che le persone non spendono tutta la moneta a loro disposizione per comprare beni e servizi ma la usano anche per risparmiare; inoltre la definizione di “massa monetaria” è un po’ fumosa perché esistono diversi aggregati monetari, esistono i prestiti ed esiste una piramide di accettazione della moneta che in questa equazione non trova nemmeno spazio. La moneta considerata in questa equazione è una moneta-merce che descrive più una specie di sistema di baratto che un sistema monetario. La moneta come avete capito non è un oggetto che fisicamente viene conservato da qualche parte e passato di mano in mano, ma è un numero contabile che quantifica le relazioni di credito e debito tra soggetti, quindi tutto il costrutto monetarista non sta in piedi.

Ma tornando alla storia, quando la crisi del ’29 decreta il fallimento dell’economia neoclassica, anche il monetarismo viene messo da parte in favore di un approccio che mette in primo piano il problema occupazionale e solo in secondo piano quello dell’inflazione.

Molti pensano che siano state adottate politiche keynesiane pure, ma la realtà è che si è fatto un “stupro ideologico” del keynesismo. Il modello economico perseguito da allora fino a metà degli anni ’70 è in realtà il modello IS-LM, non quello di Keynes. Il modello IS-LM è un modello di stampo neokeynesiano, cioè un modello neoclassico in cui sono stati aggiunti a forza dei concetti keynesiani. Sebbene l’architettura conferitagli dall’alta matematica lo renda un modello affascinante per gli standard dell’epoca, in realtà è un modello che non riesce ad includere tutte le dinamiche dell’inflazione. Nei cosiddetti tempi dell’alta teoria però viene utilizzato quello e i neokeynesiani ad un certo punto tirano fuori un risultato destinato a spaccare il mondo: la curva di Phillips.

Obiettivo è molto probabilmente quello di smentire una volta per tutte la neutralità della moneta. Infatti una delle annose questioni economiche del tempo è il fatto che la quantità di moneta abbia o no impatto sulle variabili reali (per esempio il tasso di disoccupazione). Secondo il modello neoclassico del tempo la moneta è una merce particolare e come tale doveva essere neutrale, quindi paradossalmente se da un momento all’altro la quantità di moneta fosse stata dimezzata non ci sarebbero dovuti essere impatti sul tasso di occupazione… e invece come sappiamo ci sono e come. Nel modello neoclassico quindi la relazione tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione è una curva verticale.

La nascita della curva di Phillips fa luce però sul fatto che la moneta non è neutrale perché se esiste una curva che mette in relazione queste due variabili allora significa che al variare dell’una, l’altra ne viene influenzata concretamente secondo una legge. Questa legge empirica, estratta da dati sul Regno Unito, in buona sostanza afferma che il tasso di disoccupazione è legato in modo inverso al tasso di crescita degli stipendi (più avanti il legame viene fatto con l’inflazione). Sulle prime questo risultato, abbinato al contesto storico di dominanza dell’economia neokeynesiana, da la falsa impressione di aver sconfitto l’ideologia monetarista. In realtà però le cose non vanno così.

Il tasso di disoccupazione negli anni ’60 è fondamentalmente sotto-controllo in tutte le economie europee di punta e negli USA ma la situazione inizia a divergere nel momento in cui iniziano a divergere i costi a causa dell’aumento del prezzo dell’energia e del petrolio causati dalla Guerra del Kippur del 1973:

E mentre i prezzi salgono, per la prima volta nella storia moderna si vede salire anche il tasso di disoccupazione: ci si trova così di fronte ad un fenomeno difficile da combattere, la stagflazione.

I monetaristi colgono la palla al balzo per screditare il keynesismo, spiegando che in sostanza è vero che la moneta non è neutrale nel breve periodo ma nel lungo periodo lo è perché la curva di Phillips non è fissa ma si muove nel tempo realizzando nei fatti una relazione verticale tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione (spiegato bene qui). A quel punto viene messa da parte qualsiasi idea economica volta a combattere la disoccupazione e ritorna in auge l’ideologia neoclassica ma con delle contaminazioni monetariste. L’imperativo diventa contenere l’inflazione a qualsiasi costo.

In quegli anni i figli dei monetaristi di terza generazione della Scuola di Chicago si diffondono capillarmente in tutto il mondo occupano tutti i punti cardinali dei Governi mondiali attraverso un’architettura propagandistica ben costituita e si radicano un po’ ovunque all’interno dei centri nevralgici del potere.

Nonostante le nuove crisi petrolifere, i vari shock economici mondiali, la distruzione delle economie di decine di Stati in America Latina e via discorrendo si è però continuato a dare adito a credenze mistiche legate all’inflazione e alle sue cause.

Poi è arrivata la MMT che attingendo al bacino dei post-keynesiani ha spiegato che l’inflazione non solo non è un fenomeno puramente monetario come sostenuto da Milton Friedman ma persino che non ha senso fare una lotta per il contenimento dell’inflazione con la struttura economica e industriale che abbiamo oggi.

5.  Stampare moneta = inflazione?

Alla luce di quanto abbiamo detto fin’ora, stampare moneta e inflazione sono strettamente correlate? La risposta è “ni”, o se vogliamo “no con asterisco”. La legge di Fisher non vale nelle economie monetarie ma allo stesso tempo stampare moneta oltre le capacità produttive del paese costituisce un potenziale innesco inflattivo. Per quanto riguarda i paesi dell’Unione Europea, in questo momento tutti quanti dispongono di un livello produttivo in grado di assorbire le iniezioni di moneta, per cui oggi abbiamo quegli strumenti che mancavano nel ‘700 per gestire le iniezioni monetarie e pertanto dobbiamo rifuggire la paura della spesa pubblica. Se prendiamo i Trattati Europei, questi sono stati costruiti proprio sul principio della stabilità dei prezzi, ovvero sul tasso di inflazione vicino allo zero, ma è il principio stesso ad essere fallace. Come ho già mostrato qui, non c’è assolutamente correlazione matematica tra la base monetaria e il tasso di inflazione, quindi questa superstizione medievale deve essere eradicata. Nella maggior parte delle economie il tasso di correlazione è inferiore a 0,3, cosa che indica una correlazione debole o in alcuni casi addirittura inesistente mentre in alcuni casi si arriva effettivamente a tassi di correlazione intorno allo 0,7 (quindi correlazione abbastanza forte). Questa estrema diversità di risultati lascia intendere appunto la complessità del fenomeno, che non dipende da prese di posizione ideologiche ma da tutto quello che ci siamo detti fin’ora.

6.  Svalutazione = inflazione? 

Un altro problema, purtroppo molto più diffuso di quanto si pensi, è la confusione tra inflazione e svalutazione della moneta rispetto ad altre valute. Il tasso di cambio e l’inflazione sono due cose molto diverse ed è quindi necessario anticipare qui come funziona il tasso di cambio per spiegarlo.

Si definisce “tasso di cambio nominale” il rapporto tra il valore della valuta nazionale rispetto ad un’altra valuta. Si possono usare due criteri per definirlo e qua uso il criterio “certo per incerto”, quindi la definizione di tasso di cambio diventa il rapporto tra la valuta nazionale e la valuta estera (così vi trovate più facilmente visto che molti di voi conoscono l’EUR/USD, cioè il tasso di cambio nominale certo per incerto tra euro e dollaro.

Per il criterio che abbiamo usato, se il “tasso di cambio nominale certo per incerto” (di seguito semplicemente “tasso di cambio nominale”) aumenta vuol dire che la nostra valuta si sta apprezzando rispetto a quella straniera; viceversa se il tasso di cambio nominale diminuisce allora la valuta nazionale si sta svalutando rispetto a quella estera.

Per capire il motivo per il quale l’inflazione e la svalutazione sono due cose diverse, a questa definizione bisogna aggiungere quella di tasso di cambio reale. Il tasso di cambio reale è in pratica il rapporto tra i poteri d’acquisto di due paesi. Il potere d’acquisto lo valuto dividendo il livello generale dei prezzi del paese di riferimento per il valore della sua valuta. In questo modo l’equazione che ne viene fuori è questa:

Facciamo ora delle considerazioni. Se il tasso di cambio reale aumenta allora significa che il mio nostro sta perdendo competitività perché i suoi prezzi per gli stessi beni sono più alti rispetto a quelli del paese estero di riferimento, quindi conviene importare. Viceversa il tasso di cambio reale diminuisce significa che il nostro paese sta guadagnando competitività e che quindi conviene esportare perché i prezzi interni sono più bassi di quelli esteri a parità di prodotto.

Nell’equazione di prima si può “estrarre” l’inflazione semplicemente ricordando la sua definizione:

Ora, domanda a bruciapelo: cosa conviene fare per un paese? Se avete risposto “gestire il tasso di cambio reale” avete risposto bene. Infatti nell’equazione di sopra il rapporto tra i livelli dei prezzi nel periodo precedente è una costante perché sono dati passati. Quindi gli unici due attori sono il tasso di cambio nominale e il rapporto tra le inflazioni nei due paesi. Se l’inflazione nell’altro paese cambia, a parità di tasso di cambio nominale il tasso di cambio reale cambierà, quindi questo si tradurrà nell’essere più o meno competitivi rispetto a quel paese. Aggiustare il tasso di cambio nominale per allineare l’inflazione al tasso di cambio reale diventa quindi una strada percorribile. Non è strettamente necessario, ma è chiaro che se per esempio un altro paese sta massacrando la nostra economia, recuperare competitività nei sui confronti potrebbe essere una soluzione, ma per farlo bisogna disporre della sovranità monetaria e quindi del tasso di cambio nominale floating.

Andare a svalutare per recuperare competitività quindi genera inflazione? Beh alla luce di quello che abbiamo visto in realtà la questione va rovesciata: è la condizione economica del paese ad indurci a fare una svalutazione o una rivalutazione del cambio. Per esempio se svalutiamo per tutelare la nostra posizione commerciale rispetto ad un altro paese avremo inflazione? Come dimostrato la domanda è mal posta. Facciamo un esempio. L’Italia nel Settembre del 1992 esce dallo SME, quindi si libera del tasso di cambio nominale fisso e svaluta la Lira per riallineare i fondamentali del paese. Siccome la Lira è stata svalutata del 30%, secondo voi abbiamo avuto un aumento dell’inflazione? La risposta è no. Guardate la figura:

In basso abbiamo la svalutazione della Lira nei confronti del Marco tedesco (passando da circa 750 Lire per ogni Marco a circa 900 Lire per Marco)… in alto però abbiamo il tasso di inflazione italiano e come potete vedere l’inflazione ha continuato a scendere indisturbata abbassandosi di quasi mezzo punto percentuale nel corso del 1993. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che se “svalutazione” significasse inflazione allora avremmo dovuto vedere un picco inflattivo in corrispondenza dell’uscita dallo SME, ma così non è stato. Semplicemente il tasso di cambio nominale semifisso dello SME ci costringeva a stare ad un livello di tasso di cambio reale non conveniente per il nostro paese. Quindi non appena ci siamo liberati del tasso di cambio nominale fisso abbiamo riallineato il tasso di cambio reale all’inflazione perché avevamo una moneta troppo forte rispetto ai parametri del nostro paese.

Ecco dunque che chiunque confonda svalutazione e inflazione deve quantomeno rivedere le sue posizioni.

6.  Conclusioni.

Come abbiamo visto l’inflazione è un fenomeno molto ampio e ricondurlo alla semplice “eccessiva stampa di moneta” è qualcosa che non tiene conto della complessità del fenomeno. Il concetto è stato strumentalizzato storicamente dall’ideologia liberista creando una paura immotivata nella classe media e nella classe povera al fine di tutelare gli interessi delle classi ricche, le quali hanno tutti i benefici possibili dalla bassa inflazione. Abbiamo distinto iperinflazione da inflazione, così da rimuovere qualsiasi dubbio e non cadere nella trappola della propaganda europeista. Abbiamo capito anche che la svalutazione del tasso di cambio e l’inflazione non sono esattamente la stessa cosa. Ora siamo pronti per avere una visione d’insieme che cercherò di ricostruire in un articolo dedicato.

BIBLIOGRAFIA E FONTI

[1]    John Kenneth Galbraith (1991), A History of Economics: The Past as the Present

[2]   William Philips (1958), The relation between unemployment and the rate of change of the money wage rates in the United Kingdom, 1861-1957

[3]  Cullen Roche (2011), Hyperinflation – it’s more than just a monetary phenomenon

[4]   Alfred Mitchell-Innes (1913), What is Money

[5]   Marta Kulesza (2017), Inflation and hyperinflation in Venezuela (1970s-2016) – a post-keynesian interpretation

[6]   Marc Lavoie (2014), Post-Keynesian Economics: New Foundations

[7]   Robert A. Blecker (2011), Open economy models of distribution and growth

[8]   Randall Wray (2012), La MMT risponde all’iperinflazione – Parte 1

[9]   Fabio Lugano (2013), Iperinflazione: casi storici e loro cause, e perchè non dovremmo averne paura

[10]   Peter Grossman (2000), The Dynamics of the Hungarian Hyperinflation, 1945-6: A New Perspective

[11]  Peter Z. Grossman & János Horvath (2000), The Dynamics of the Hungarian Hyperinflation, 1945-6: A New Perspective

[12]   David Hume (1752), Of Interest

[13]   Irving Fisher (1911), The Purchasing Power of Money

[14]   Vinitha Kumar (2015), The Hungarian Hyperinflation – A Look into the Production Side

[15]   Warren Mosler & Mathew Forstater (2005), The Natural Rate of Interest Is Zero

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