Offerta di moneta e inflazione: le relazioni reali

Offerta di moneta e inflazione: le relazioni reali

di G.F.

Foto in evidenza caricata da Luke Chesser su Unsplash.com, disponibile a questo link. Foto rilasciata con licenza CC0.

Autore: G.F. (2019)

Di sotto potete trovare uno studio che ho condotto su 20 paesi del mondo in termini di relazione tra tasso di inflazione e offerta di moneta.

 

1. Abstract.

In questo articolo voglio sfatare due cose: in prima battuta la validità della curva di Phillips al giorno d’oggi; in seconda battuta tutte le tesi che sostengono che il tasso di inflazione dipenda dall’aumento dell’emissione monetaria e dall’espansione del credito. Mi sono sempre imbattuto in sentenze spesso sparate a caso sull’argomento o quantomeno discutibili attraverso la verifica dei dati. Perciò ho ritenuto necessario indagare più approfonditamente per smentire le due idee di cui sopra.

 

2. Utilizzo dei dati e background dello studio.

Mi sono avvalso dei dati pubblicati dalla Banca Mondiale per 20 paesi dalle tipologie di economia più disparate. La Banca Mondiale fornisce serie storiche (anche se a volte incomplete) per tutti gli indicatori e per tutti i paesi dal 1960 ad oggi. Come indicatore per l’inflazione ho sempre considerato il tasso di inflazione misurato come deflatore del PIL. Per la confutazione della curva di Phillips mi sono avvalso di un tasso di disoccupazione “medio”. Poiché nei dati della Banca Mondiale figurano due tassi di disoccupazione (ILO estimated e national estimated) e le due serie sono spesso frammentate, ho deciso di individuare una terza stima del tasso di disoccupazione dato dalla media dei due precedenti quando sono entrambi presenti, altrimenti dato direttamente dal tasso presente nella serie. Ho deciso di procedere in questo modo considerando perché i due tassi differiscono talmente poco da essere pressoché simili, eccetto rarissimi casi. In questo modo però ho a disposizione serie più lunghe e complete per tutti i paesi e ho potuto uniformare la misura in tutti i paesi; per il legame con la base monetaria ho preso in considerazione la broad money in % del PIL; infine per definire l’impatto dell’offerta di moneta sul tasso di inflazione mi sono avvalso del parametro “domestic credit to private sector” espresso in % del PIL. Non per tutti i paesi avevo a disposizione la base monetaria, infatti nei paesi dell’area euro la Banca Mondiale non li rende disponibili.

Partendo dall’assunto fondamentale che i casi di iperinflazione e di eccessiva deflazione sono da ricercarsi in cause specifiche che non possono essere ricondotti, almeno in prima approssimazione, ad una regola generale, ho deciso di filtrare i dati eliminando dalle serie le annate in cui il tasso di inflazione ha superato il 50% e quelle in cui il tasso di deflazione ha superato il -15%.

I 20 paesi che ho voluto analizzare rappresentano una panoramica delle situazioni economiche mondiali. Nella fattispecie i dati fanno riferimento a: Argentina, Australia, Brasile, Cina, El Salvador, Fiji, Germania, Giappone, India, Italia, Laos, Norvegia, Regno Unito, Siria, Stati Uniti, Sudafrica, Tanzania, Venezuela, Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) e Zimbabwe.

 

3. Le curve di Phillips oggi.

La curva di Phillips, o meglio la curva ricavata negli anni ’60 sulla base dell’originale curva di Phillips, mette in relazione il tasso di disoccupazione con il tasso di inflazione. Da sempre è stato teorizzato che la curva di Phillips simuli in linea generale questa relazione per tutti i paesi del mondo ma i dati dicono qualcosa di differente. Di seguito sono riportate le curve di Phillips reali per i 20 paesi in questione.

Come si può notare, l’andamento ideale non è rispettato in linea generale. Soprattutto in paesi come gli USA, in cui si hanno molti dati a disposizione in diverse circostanze economiche, si può notare come l’ampia dispersione dei punti abbia comunque un andamento crescente e non decrescente come teorizzato. Per alcuni paesi inoltre la dispersione dei dati è così ampia da non permettere una correlazione significativa. Va da se che una correlazione diretta tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione non è possibile in linea generale. Si consideri che in alcuni dei casi si manifesta una curva “alla Phillips” solamente perché sono stati esclusi i dati relativi ad inflazioni superiori al 50%, altrimenti in paesi come l’Argentina, il Brasile o il Venezuela non sarebbe mai stata rispettata neppure lontanamente.

Dal mio punto di vista, se una relazione del genere è mai esistita per alcuni paesi in determinati contesti storici, le cause di quella correlazione vanno ricercate altrove, di certo non attribuendo al tasso di disoccupazione una qualche proprietà intrinseca che lo leghi al tasso di inflazione. Ovviamente questo non significa che la quantità di moneta non impatti il tasso di disoccupazione o in generale qualsiasi altra variabile reale. 

 

4.   L’impatto della base monetaria.

Negli anni ’80 andava di moda sostenere che l’espansione della base monetaria avrebbe causato l’esplosione del tasso di inflazione al di sopra del tasso naturale previsto da una relazione basata sulla curva di Phillips. Tra l’altro l’economia mainstream era ancora orientata sull’idea del moltiplicatore monetario, il quale sosteneva che l’offerta di moneta venisse controllata dalla Banca Centrale attraverso la definizione della riserva frazionaria. Sfortunatamente quelle superstizioni economiche non sono ancora superate del tutto e dico “superstizioni” perché in effetti i dati smentiscono totalmente quegli approccio. Per Italia e Germania non dispongo dei dati della Banca Mondiale quindi di seguito sono riportate solo le 18 serie restanti. Se si guarda a questi 18 paesi, ben 13 evidenziano un trend decrescente (che significa che all’incremento della base monetaria corrisponde un tasso di inflazione più basso). Invece della regressione quadratica fatta per Phillips, qui mi sono avvalso di una regressione lineare, giusto per avere idea del trend dei dati. In molti casi tra l’altro si ha una dispersione piuttosto ampia, il che rende impossibile identificare una “regola” senza ricorrere a giustificazioni esterne.

In definitiva, mentre non è possibile definire a priori un trend univoco, di sicuro è presuntuoso dire che l’incremento della base monetaria rispetto al PIL causi incremento dell’inflazione perché non sembra una condizione verificata dai dati. Tra l’altro in tutti i casi in cui si evidenzia un trend crescente, la base monetaria ha sempre avuto valori inferiori al 50% del PIL.

 

5.   L’impatto dell’erogazione del credito.

Come però è evidente, rigettando l’antiquata idea del moltiplicatore monetario, l’offerta di moneta non è definita dalla base monetaria. Ne segue che la sola analisi della base monetaria non basta per capire cosa accade all’aumentare della “quantità di moneta in circolo in relazione al PIL” in termini di tasso di inflazione. Ho pertanto analizzato la variabile “domestic credit to private sector [% of GDP]” che evidenzia proprio la quantità di moneta circolante nel settore privato, ovvero la quantità di credito erogato a cittadini e aziende in proporzione al PIL. Di seguito i risultati per i 20 paesi in analisi.

Come si può notare, al di là della Tanzania dove i dati sono estremamente dispersi e l’entità del credito rispetto al PIL è piccolissima, all’aumentare del credito erogato al settore privato corrispondono tassi di inflazione più bassi, quindi ad una maggiore quantità di offerta di moneta sembra corrispondere tipicamente un tasso di inflazione più basso, soprattutto quando il credito erogato in proporzione al PIL raggiunge valori consistenti.

 

6.   Conclusioni.

I dati, al di là di qualsiasi interpretazione, dimostrano che l’idea secondo cui l’espansione del credito e/o della base monetaria causi inflazione non trova riscontro nella realtà, così come non trova riscontro nella realtà la forma della curva di Phillips. Infatti quest’ultima appare con gli andamenti più disparati e non lega affatto l’inflazione alla disoccupazione in modo inverso univocamente.

L’inflazione e l’iperinflazione sono fenomeni molto complessi  che non possono essere ricondotti nemmeno in prima approssimazione alla semplicistica frase “stampare moneta = inflazione“. 

Non esistendo alcuna relazione verticale tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione, la moneta non può essere neutrale nemmeno nel lungo periodo e non esiste una relazione valida per tutti i paesi. A maggior ragione i dati testimoniano che non solo la moneta non è mai neutrale, ma che il timore che raggiungere la piena occupazione si paghi con lo scotto di un’elevata inflazione è una superstizione superata.

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