Psicologia sociale

Gli effetti del neoliberismo denunciati dalla musica

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1. Introduzione: un declino (forse) inarrestabile.

In qualità di musicista, compositore, artista e appassionato di tutto ciò che riguarda la musica, ho sempre cercato di fare un’analisi più profonda della storia della musica moderna, soprattutto del genere che più mi rappresenta: il rock. Mi sono sempre dedicato alla ricerca del dettaglio nei singoli passaggi, nelle singole strofe, nelle singole sezioni ritmiche per capire a fondo come i grandi artisti fossero arrivati alla stesura dei capolavori che li hanno resi immortali, nell’obiettivo chiaramente di imparare a mia volta come scrivere dei capolavori. Allo stesso tempo però ho sempre percepito un graduale declino nella qualità della musica mainstream e fino a che non ho messo le mani in argomenti di stampo storico, politico ed economico non riuscivo a comprenderne bene le ragioni.

Qualcuno potrebbe obbiettare che la musica di qualità c’era un tempo così come c’è adesso e che magari adesso ha meno visibilità perché rimane confinata nell’underground virtuale e nei piccoli locali. Beh da un certo punto di vista è vero. Quello che però non viene preso in considerazione è un aspetto duplice:

– il primo è che il deterioramento della qualità musicale di cui sto parlando non è della musica in generale ma della musica cosiddetta “mainstream”.

– il secondo è che la musica è soprattutto comunicazione e la comunicazione necessita di chi emette il messaggio ma anche di chi lo riceve. Se chi lo riceve non è interessato al messaggio o il messaggio non lo cattura, il risultato finale è sempre lo stesso: il messaggio è come se non fosse mai esistito. Questo non significa che il messaggio abbia un contenuto di scarsa qualità, ma è sintomo di un problema evidente di fondo, ovvero il fatto che la media dei riceventi non ha più le capacità di recepire il messaggio e/o che chi manda il messaggio non si preoccupa di come il messaggio verrà percepito. E questo è uno dei grossi problemi dei musicisti attuali, troppo presi nel curare i contenuti e troppo poco attenti a come le grandi leggende del passato abbiano curato anche tutto il resto.

Ma perchè la musica si è trasformata così tanto? escludete a priori risposte del tipo “la musica oggi si è commercializzata”, perchè anche i Rolling Stones facevano musica commerciale e la musica diffusa alla popolazione è sempre stata un fenomeno commerciale.  Eppure parlando di grandi numeri, da allora la qualità dei messaggi, la qualità degli arrangiamenti, la qualità complessiva del “prodotto”, la gamma di sperimentazione nei prodotti mainstream è andata progressivamente deteriorandosi, al punto che oggi le formule che si utilizzano sono schifosamente ripetitive e per nulla stimolanti per una mente che abbia facoltà di elaborare pensieri almeno elementari. Dall’altro lato invece decine di artisti potenzialmente validi mascherano il loro prodotto dietro costrutti di difficile accesso e/o non curano l’aspetto comunicativo della loro musica.

In parte la colpa è anche da ricercarsi nella cosiddetta loudness war che oggi si è spinta a livelli così esagerati che i brani che non suonano iperforte non vengono nemmeno presi in considerazione . In buona sostanza per chi non mastica bene l’argomento possiamo riassumere in soldoni che un bel giorno si scoprì che più le persone hanno la percezione di un volume di uscita alto e più un brano “cattura”. Fu così che i discografici del tempo. spinti dalla logiche di mercato hanno portato la competizione su quel terreno, il terreno del volume di uscita. I pezzi hanno iniziato a suonare sempre più forte fino a raggiungere il limite della saturazione, ovviamente il tutto a discapito della cosa più importante che c’è nella musica: la dinamica. In aggiunta a tutto questo l’invenzione dell’MP3 ha portato ad una fruizione della musica di qualità audio abbastanza discutibile, rendendo anche dei bei pezzi meno “accattivanti”.

Ci sarebbe da discutere per ore su questo, visto che è un argomento che scomoda tutta una serie di argomenti “esterni” ai contenuti musicali. Tuttavia in questo articolo volevo approfondire un’aspetto curioso della sfera musicale, ovvero come alcuni artisti hanno impresso (volutamente o meno) nelle loro canzoni delle fotografie degli impatti sociali del neoliberismo.

2. Il contesto sociale e musicale.

Già a metà degli anni ’60 tantissimi artisti rock (all’epoca decisamente mainstream) criticavano il consumismo e si mostravano in qualche modo disgustati da esso. E’ bello vedere come pian piano i testi di questi artisti abbiano assunto sempre più connotazioni descrittive di un malessere sociale, al punto da andare a denunciare in modo più o meno velato le conseguenze dell’applicazione di determinati principi economici.

E’ così che hanno finito per descrivere quel perverso meccanismo di cui parlava l’economista Thorsten Veblen nel suo Theory of Leisure Class, oppure dell’alienazione caratteristica di molti romanzi avanguardisti che alla fine ha finito per diventare una caratteristica dominante nelle grandi città di oggi.

Nonostante però questi artisti siano tutti leggende musicali della nostra epoca, i loro messaggi relativi a questi argomenti sono stati colti solo da poche persone o comunque hanno finito per non imprimere nella mente dell’ascoltatore quel fisiologico bisogno di reazione. Nessuno ha mai spento direttamente il megafono, ma qualcuno è riuscito a spegnere il pubblico.

Il rock è sempre stato etichettato (in modo anche abbastanza ignorante) come genere insano per i giovani perché vicino a tematiche pericolose e inadatte. In realtà però è stato il genere più importante e con i contenuti di più alto livello durante la seconda metà del novecento se si considerano i fattori aggregati di contenuti dei testi, contenuto tecnico, qualità dell’arrangiamento, versatilità, fruibilità, potenza dei messaggi, sincerità di questi ultimi, qualità artistica e estensione del pubblico.

In qualità di movimento nato dalla ribellione giovanile al conformismo austero dell’epoca, il rock come genere musicale ha svolto il suo ruolo di caldera attiva fino a che qualcuno non si è adoperato per distruggerlo dall’interno, svuotandone il contenuto ma lasciando inalterata la forma. Questo svuotamento è inteso soprattutto a livello di pubblico, a seguito del quale il genere si è pian piano adeguato almeno nel suo volto mainstream. D’altronde essendo la musica uno dei media più diffusi, andavano applicati di principi di Gustave Le Bon sul controllo delle masse e non si poteva permettere di lasciare che un genere musicale criticasse apertamente il sistema in modo incontrollato e ancor più importante non si poteva lasciare che un genere così seguito fosse totalmente libero.

Così come oggi nelle democrazie non rimane che un sistema in cui le persone sono solo apparentemente padroni di condizionare le scelte a livello macro del sistema stesso, così oggi del rock non rimane che l’involucro esterno fatto di look ribelli, sonorità distorte o pesanti e ritmo coinvolgente: i contenuti dietro quello stile musicale però sono stati rivisitati e (per certi versi) distrutti e questo è stato permesso attraverso la mercificazione del genere. Ovviamente sto parlando per grandi numeri, quindi a tutto questo esistono delle eccezioni… ma come detto prima se non sei il mainstream sei praticamente inesistente, mentre prima il rock era il mainstream.

Il rock ha parlato abbondantemente di tematiche socio-politiche nei suoi testi in modo anche decisamente concreto e se si guarda al mainstream non si può fare a meno di notare come esso sia stato commercializzato in maniera brutale durante gli anni ’80, ben più di quanto fatto prima. Probabilmente l’ultimo movimento rilevante in ambito puramente rock è stato il grunge negli anni ’90, quando le band raccontavano la rabbia dei giovani per la morte emotiva indotta dal consumismo e per l’appunto questo svuotamento dei contenuti, seppur non mettendolo completamente a fuoco. Forse è stato l’ultimo movimento “di massa” in cui i testi rock avevano veramente importanza cruciale per l’indirizzamento ideologico delle persone. Dopo il grunge non c’è stato più alcun movimento analogo nel genere rock, il quale è come se fosse andato incontro ad una sorta di spegnimento programmato (parlo sempre di mainstream).

Bisogna dire che rispetto ad allora sono cambiate tantissime cose (dinamiche di fruizione, dinamiche di promozione, possibilità di raggiungere il pubblico, modalità degli investimenti etc…) e forse ciò che è più importante è che si è esacerbato ancor di più il gap tra chi può permettersi una promozione di qualità e chi non può farlo, perché vuoi o non vuoi la musica esiste solo se c’è un pubblico ad ascoltarla…

La stessa identica cosa sta accadendo al rap, il quale per certi versi ha degli aspetti in comune col rock: nasce dal basso, contiene messaggi di ribellione e di mancata volontà di sottomettersi a regole sfavorevoli scritte da altri. Un altro canale di “dissenso” che visto con gli occhi di quelli là va “spento” in modo opportuno. Oggi il rap vive il suo punto di massima commercializzazione, così come avvenne nel rock negli anni ’80 e il suo destino è lo stesso, infatti chi ha orecchie per ascoltare sta già apprezzando il suo lento (manco più di tanto) declino.

 

3. Alcune canzoni sotto la lente.

Ma nel corso della storia della musica è interessante vedere come gli artisti fossero toccati da tutto questo, seppur a volte inconsapevolmente. Ecco allora una carrellata di esempi che secondo me sono emblematici di questa sensazione latente. Lo dico in anticipo: questo è quello che si evince dai testi che riporto di seguito, pertanto va considerata come una mia personale interpretazione e non necessariamente come l’intenzione originaria. Tuttavia mi permetto di dire che dal mio punto di vista sono parole abbastanza esplicite che difficilmente potevano significare altro.

Aggiungo inoltre che questo articolo, come molti altri su questo sito, è un articolo vivente e pertanto potrei aggiungere altri brani in futuro, magari anche su segnalazione. Iniziamo, andando in ordine temporale.

1965 – (I CAN’T GET NO) SATISFACTION  – ROLLING STONES

“I can’t get no, I can’t get no
when I’m drivin’ in my car
and the man come on the radio
he’s tellin’ me more and more
about some useless information
supposed to fire my imagination”

“non provo (soddisfazione)
quando, mentre sono alla guida della mia auto, alla radio un uomo arriva
e comincia parlare raccontandomi sempre di più di informazioni inutili,
pensando di accendere la mia immaginazione”

[…]

“I can’t get no, I can’t get no
when I’m watchin’ my tv
and a man comes on and tells me

how white my shirts can be

[…]

non provo (soddisfazione) 
quando, guardando la TV,
arriva un uomo a raccontarmi
di quanto bianca deve essere la mia maglietta

Per quanto mi riguarda credo che sia evidente il riferimento al consumismo e alla pubblicità. C’è anche il concetto della cultura della visibilità perché “la televisione ti dice come deve essere la tua maglietta affinché tu possa valere”. Stiamo parlando del 1965 eppure sembra evidente il messaggio… Parliamo di un pezzo estremamente commerciale, non di roba che non ha mai ascoltato nessuno. 

1969 – 21TH CENTURY SCHIZOID MAN – KING CRIMSON

“Nothing he’s got he really needs
Twenty-first century schizoid man.”

“L’uomo schizzato del 21° secolo non ha realmente bisogno di ciò che possiede.”

Una delle band fondatrici del movimento progressive rock, nel suo primo magistrale album rilascia un brano storico chiamato per l’appunto “L’uomo schizzato del 21-esimo secolo”. In questo brano, Robert Fripp e gli altri membri della band descrivono come sarebbe stata la società nel ventunesimo secolo (ci tengo a ricordare che stiamo parlando del 1969). Già avevano capito dove saremmo arrivati oggi. A me personalmente i King Crimson non piacciono eppure il fatto che il testo di questo brano sia un capolavoro glielo devo. 50 anni prima avevano già capito che il consumismo ci avrebbe portati ad una sorta di schiavitù da acquisto compulsiva, in cui i bisogni vengono indotti, creando una domanda artificiale attraverso i mezzi pubblicitari.

1977 – SHEEP – PINK FLOYD

“Harmlessly passing your time in the grassland away,
only dimly aware of a certain unease in the air.
You better watch out
there may be dogs about
I’ve looked over Jordan
and I have seen, things are not what they seem.
What do you get for pretending the danger’s not real
Meek and obedient you follow the leader
down well trodden corridors
into the valley of steel.
What a surprise!
A look of terminal shock in your eyes
Now things are really what they seem,
no, this is no bad dream.”

“Passi innocentemente il tuo tempo nei pascoli laggiù
sempre poco consapevole di un certo disagio nell’aria.
È meglio che tu stia attento
ci possono essere cani nei paraggi.
Ho guardato oltre il fiume Giordano
e ho visto che le cose non sono come sembrano.
A che serve far finta che il pericolo non sia reale?
Debole e obbediente segui il leader
lungo i corridoi ben calpestati
nella valle dell’acciaio.
Ma che sorpresa!
Uno sguardo scioccato nei tuoi occhi…
ora le cose sono veramente quello che sembrano!
Questo non è un brutto sogno”.

[…]

“The Lord is my shepherd,
I shall not want he makes me down to lie
Through pastures green
He leadeth me the silent waters by.
With bright knives He releaseth my soul.
He maketh me to hang on hooks in high places.
He converteth me to lamb cutlets”.

[…]

“Il mio padrone è il mio pastore,
non posso pensare che mi abbia mentito.
Attraverso i pascoli verdi
Lui mi conduce attraverso le acque silenti.
Con coltelli lucenti Lui libera la mia anima,
Lui mi appende a dei ganci.

Lui mi trasforma in cotolette”.

[…]

“You better stay home
and do as you’re told.
Get out of the road
if you want to grow old”.

[…]

“Faresti meglio a startene a casa
e fare quello che ti dicono di fare,
togliti dalla strada
se vuoi arrivare a diventare vecchio”.

Nel ’77 i Pink Floyd pubblicano Animals, un disco capolavoro fatto di pochi brani, tutti di spessore. Tra di essi c’è Sheep (pecora), pezzo in cui scrivono una bella metafora tra il popolo e le pecore, soprattutto quando descrivono il modo in cui la propaganda crea l’etichetta di complottista in una sorta di “mito della caverna platonico contemporaneo”.

Nel testo le pecore sono i cittadini, e vengono tenute a bada dentro il recinto (che volendo potremmo anche assimilare al principio di comunicazione del frame) senza far loro percepire che al di la del fiume c’è il mattatoio. In questi versi c’è proprio la pecora su mille che intuisce la verità perché ha superato il recinto che i padroni le hanno messo per nascondere la verità.

Nei passaggi successivi si descrive la tragedia del nostro tempo: lo svuotamento delle menti ad opera della propaganda. Infatti le altre pecore candidamente dicono che il loro padrone è il loro pastore e che non potrebbe mai fare loro del male… d’altronde perché mai qualcuno dovrebbe darti cibo e spazio gratis? Somiglia molto alla visione dei gruppi globalisti moderni inneggianti a tematiche filoliberiste pensando di essere persone di sinistra.

Tra l’altro notate quel “Lui” volutamente maiuscolo perché divinizzato e si noti anche la giustificazione che la pecora trova, bevendosi la scusa secondo cui il sacrificio è necessario per liberare la sua anima quando in realtà è semplicemente il padrone che se ne serve per ricavarne profitto personale a discapito delle pecore stesse. Ci trovate qualcosa di analogo alla situazione attuale? beh direi di si.

La parte finale del brano suona quasi come una minaccia. Se vogliamo è la minaccia del “governo dei mercati”, ovvero “sii un consumatore modello: consuma e non farti domande, altrimenti saranno guai per te”. La classica “democrazia” DEM americana…

1982 – SUBDIVISIONS – RUSH

“Subdivisions in the high school halls,
in the shopping malls:
conform or be cast out!
Subdivisions in the basement bars,
in the backs of cars:
be cool or be cast out!

Any escape might help to smooth
the unattractive truth but
the suburbs have no charms to soothe
the restless dreams of youth”.

“Classificazioni negl’atri dei licei,
nei centri commerciali:
conformati o verrai scartato!
Classificazioni nei locali dei piani inferiori, sul retro delle auto:
sii alla moda o verrai scartato!

Nessuna via di scampo potrebbe aiutarti a smussare la sgradevole realtà ma
i sobborghi non hanno fascino tale da dar sollievo agli irrequieti sogni della gioventù”.

Qua siamo a inizio anni ’80: ormai la gente è tartassata dai media con la cultura della visibilità al punto che la “meno stimolante realtà” non può dare soddisfazione ad un ragazzo che cresce con delle attrattive gigantesche, gonfiate dai media stessi, e se non ti adegui a quei desideri vieni emarginato dalla stessa società. E’ l’alienazione delle persone pensanti, descritta in tantissimi romanzi del ‘900 e con cui tanti psicologi dei giovani hanno a che fare. Anche qua, c’hanno visto decisamente molto lungo.

1984 – IS THIS THE WORLD WE CREATED – QUEEN

“Just think of all those hungry mouths we have to feed,
take a look at all the suffering we breed.
So many lonely faces scattered all around
searching for what they need…

Is this the world we created? What did we do it for?
Is this the world we invaded against the law?
So it seems in the end, is this what we’re all living for today?
the world that we created…

You know that every day a helpless child is born
who needs some loving care inside a happy home
Somewhere, a wealthy man is sitting on his throne
waiting for life to go by…

Oh-oh, is this the world we created?
We made it on our own
Is this the world we devasted, right to the bone?
If there’s a God in the sky, looking down,
what can he think of what we’ve done
to the world that He created?

“Pensate solo a tutte le bocche affamate che dobbiamo nutrire,
date un’occhiata a tutte le sofferenze che noi alleviamo.
Tanti volti solitari sparsi dappertutto
alla ricerca di ciò di cui hanno bisogno…

E’ questo il mondo che abbiamo creato? Per cosa lo abbiamo fatto?
E’ questo il mondo che abbiamo invaso contro la legge?
Alla fine sembra proprio così, E’ questo ciò per cui noi tutti viviamo oggi?
il mondo che abbiamo creato…

Sai che ogni giorno nasce un bambino indifeso
che ha bisogno di cure amorevoli all’interno di una casa felice
Da qualche parte, un uomo ricco è seduto sul suo trono
aspettando che la sua vita trascorra…

Oh-oh, è questo il mondo che abbiamo creato?
Lo abbiamo fatto da soli
E’ questo il mondo che abbiamo devastato proprio fino all’osso?
Se c’è un Dio là in cielo, guardando in basso,
cosa può pensare che abbiamo fatto
al mondo che Lui ha creato?

Sebbene non sia apertamente un pezzo politico, la denuncia nei confronti della disparità sociale (creata come sapete dall’adozione di politiche di libero mercato) è palese. Tra l’altro fatta con una classe e un’eleganza uniche. Mette sul piano emotivo la sofferenza causata dallo sfruttamento fino all’osso delle risorse, che allocate secondo i dettami del libero mercato finiscono per creare un allargamento della forbice sociale e quindi sofferenza. Freddie qui si riferiva molto probabilmente alla fame nei paesi africani, che sono l’emblema dello sfruttamento liberista.

1985 – WE WORK THE BLACK SEAM – STING

“This place has changed for good,
your economic theory said it would.
It’s hard for us to understand,
we can’t give up our jobs the way we should.
Our blood has stained the coal
we tunneled deep inside the nations soul
We matter more than pounds and pence,
your economic theory makes no sense…

“Questo posto è cambiato per sempre,
la tua teoria economica diceva che l’avrebbe fatto.
E’ difficile per noi da capire, non possiamo rinunciare al nostro lavoro come dovremmo.
Il nostro sangue ha macchiato il carbone
abbiamo scavato nel profondo dell’anima delle nazioni. Valiamo molto di più dei penny e delle sterline, la tua teoria economica non ha senso…

E’ da poco iniziata l’era neoliberista e in Inghilterra la Thatcher sta applicando alla lettera le teorie della Scuola di Chicago. La teoria è un colabrodo di idiozie che fa acqua da tutte le parti e qualcuno tra i “non tecnici” sembrava essersene accorto. I versi iniziali di questa magistrale canzone di Sting sono veramente espliciti. La canzone nasce sulla base del lungo sciopero dell’84-’85 dei minatori di Red Hill in Gran Bretagna, quando il Governo Thatcher reagì adottando la solita strategia del pugno di ferro giustificato dalla “teoria economica liberista”.

1989 – HANDS ALL OVER – SOUNDGARDEN

“Hands all over
western culture,
ruffling feathers
and turning eagles
into vultures
yeah, into vultures.

Got my arms around
baby brother,
put your hands away,
you’re gonna kill your mother,
gonna kill your mother
kill your mother
and I love her, yeah
I love her…

Hands all over
the coastal waters,
the crew men thank her
then lay down their
oily blanket…

Hands all over
the inland forest…
in a striking motion
trees fall down like
dying soldiers
yeah, dying soldiers“.

“Mani su tutta
la cultura occidentale,
piume arruffate
e aquile che si trasformano
in avvoltoi
si, in avvoltoi.

Ho le mie braccia attorno
al mio fratellino,
mettete via le vostre mani,
ucciderete la vostra madre,
ucciderete la vostra madre,
ucciderete la vostra madre
e io la amo, si
io la amo…

Mani su tutte
le acque costiere,
gli equipaggi le ringraziano
e poi stendono su di esse
una coperta oleosa…

Mani su tutta
la foresta nell’entroterra…
con un movimento sorprendente
gli alberi vengono giù
come soldati morenti
si, come soldati morenti“.

I Soundgarden rappresentano una delle band di spicco del fenomeno grunge. Su questo brano il cantante Chris Cornell ammette che:

It’s just sort of an environmental thing. Not strictly environmental, but mostly. It’s basically about how we humans tend to screw up everything that’s good enough as it is … or everything that we’re attracted to, we love to go and defile it

Si tratta solo di qualcosa di ambientale… non strettamente ma prevalentemente. Si tratta fondamentalmente di come noi umani tendiamo a rovinare tutto ciò che è abbastanza buono così com’è… o tutto ciò da cui siamo attratti, amiamo andare a contaminarlo.”

La band di Seattle, volente o nolente, evidenzia cosa il capitalismo stava facendo al mondo, ovvero nell’ordine:

Distruggere culture millenarie e diffondere la mentalità della competizione naturale (nella strofa sulla cultura occidentale, nella quale è bello il passaggio in cui i giovani, cioè le piume arruffate, vengono trasformati da potenziali aquile ad avvoltoi, cioè da esseri fieri e liberi a essere bestie opportuniste);

Accartocciare il mondo in una spirale suicida in cui a rimetterci sarà la natura stessa (il verso sull’uccisione della “madre” è riferito a Madre Natura);

Giustificare, in nome del profitto, la mentalità di prendere dalla natura senza restituire, passando sopra a tutto (i versi finali sul rovesciamento delle petroliere e sulla deforestazione).

Personalmente ritengo questo pezzo un capolavoro, soprattutto per l’intensità della voce e per la potenza delle chitarre che creano un’atmosfera surreale, al limite dell’apocalittico. Non so se Chris Cornell quando ha scritto questo pezzo conoscesse il coasianismo ma di fatto l’ha denunciato in un modo brillante.

1998 – NO SHELTER – RAGE AGAINST THE MACHINE

“Empty ya pockets son;
they got you thinkin that
What ya need is what they sellin’
Make you think that buyin’ is rebellin’.
From the theaters to malls on every shore,
the thin line between entertainment and war
The frontline is everywhere, there be no shelter here.”

“Svuota le tue tasche figlio;
ti hanno fatto pensare che
ciò di cui hai bisogno è ciò che vendono,
ti fanno pensare che l’acquisto sia ribellione…
Dai teatri ai centri commerciali su ogni spiaggia
La linea sottile tra divertimento e guerra
La prima linea è ovunque, non ci sono ripari qui.”

I Rage Against the Machine appartengono ad un sottogenere del rock che non amo particolarmente ma di sicuro hanno anche loro espresso dei concetti in linea con questo articolo. Penso che il testo sia abbastanza esplicito, una denuncia nei confronti del sistema capitalistico che silenzia la partecipazione attiva per trasformare le persone in consumatori che non si fanno domande. Il sogno di Walter Lippmann per intenderci.

1999 – SHOWBIZ – MUSE

“Controlling my feelings for too long,
forcing our darkest souls to unfold
and pushing us in to self-destruction

They make me
make me dream your dreams“.

“Da troppo tempo tengono a freno i miei sentimenti,
contringendo le nostre anime più oscure a rivelarsi 
e spingendoci all’autodistruzione.

Loro mi fanno 
mi fanno sognare i vostri sogni“.

Spesso si associano i Muse, una delle band più importanti degli ultimi anni, a spettacoli titanici pieni di energia e senso di collettività. Nel loro album di esordio scrivono la canzone che da il titolo all’album, Showbiz appunto, in cui descrivono una triste realtà del mondo dello spettacolo: cioè la massima espressione della mancanza di libertà espressiva. Siamo nel 1999 e Matthew Bellamy già aveva le idee chiare sulle briglie del controllo mediatico e sugli aspetti di mercato del mondo musicale. L’arte mercificata come ogni altra cosa, allo scopo di trarne profitto incuranti in verità del prodotto finale, deve essere “filtrata” ad hoc affinché in qualche modo si rientri all’interno di qualche “formula precostituita”. Molti artisti hanno combattuto contro questo senso di prigionia artistica ma penso che questo testo sia l’emblema di quella sensazione e delle meccaniche del commercio (in particolare quella del minimo rischio massima resa da parte del produttore).

2007 – SOCIETY – EDDIE VEDDER

“It’s a mystery to me,
we have a greed with which we have agreed
You think you have to want more than you need
until you have it all you won’t be free
Society, you’re a crazy breed
I hope you’re not lonely without me
“.

“È un mistero per me,
abbiamo un’avidità con la quale siamo d’accordo.
Pensi che devi desiderare più di quanto ti serve,
e che fino a che non avrai tutto non sarai libero.
Società, sei una razza pazza,
spero che non ti sentirai sola senza di me
“.

A circa 15/20 anni dall’esplosione del fenomeno grunge, il suo tipico disagio traspare in questo testo maturo di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam. Nel testo traspare un’aria di istintiva cessazione di desiderio nei confronti dell’accumulo di beni, mentre la ricerca compulsiva della felicità che noi umani abbiamo non passa, nel lungo periodo, attraverso il materialismo. Per certi versi è come se a livello micro gli elementi della società maturassero diventando adulti e realizzando una felicità diversa da quella mercificata dal liberismo, mentre allo stesso tempo la società si comporti come una creatura a livello macro che rimane sempre infantile.

2007 – TAKE A BOW – MUSE

“Corrupt, you corrupt, 
bring corruption to all that you touch.
Hold, you’ll behold
and beholden for all that you’ve done.
And spell, cast a spell
cast a spell on the country you run.
And risk, you will risk,
you will risk all their lives and their souls.
And burn, you will burn
You will burn in hell, yeah you’ll burn in hell
You’ll burn in hell, yeah you’ll burn in hell for your sins.

An our freedom’s consuming itself
what we become is contrary to what we want
…take a bow.

Death, you bring death
and destruction to all that you touch.
Pay, you must pay,
you must pay for you’re crimes against the earth.
Hex, feed the hex, 
feed the hex on the country you love.
Yeah and beg, you will beg
you will beg for their lives and their souls.
Yeah and burn, you will burn
you will burn in hell, yeah you’ll burn in hell, 
You’ll burn in hell, yeah you’ll burn in hell
You’ll burn in hell, yeah you will burn for all your sins
“.

Voi corrompete, 
portate la corruzione in tutto quello che toccate.
Continuate, sarete osservati
e per quello che avete fatto.
Voi lanciate una magia
lanciate una magia sul paese che governate.
E rischierete
voi rischierete le loro vite e le loro anime.
E brucerete
brucerete all’inferno
brucerete all’inferno per i vostri peccati.

E la nostra libertà si sta consumando da sola
quello che siamo diventati è il contrario di quello che volevamo
… fate un inchino.

Morte, voi portate morte
e distruzione su tutto quello che toccate.
Dovrete pagare,
dovrete pagare per i vostri crimini contro la Terra.
Alimentate la maledizione, 
alimentate la maledizione sul paese che amate.
E implorerete
implorerete per le loro vite e le loro anime.

E brucerete
brucerete all’inferno
brucerete all’inferno per i vostri peccati
“.

Altro magistrale pezzo in tema è Take a Bow dei Muse. Qui c’è una chiara denuncia della propaganda mainstream e dei personaggi che la attuano, nonché dei loro supporter. Da un punto di vista musicale è una vera perla, soprattutto per il crescendo di dinamica che culmina in un fragore dissonante che vuole simboleggiare proprio “la fine” di un mondo che segue questo regime. Semplicemente un capolavoro.

2017 – GOING BACKWARDS – DEPECHE MODE

“We’re going backwards,
armed with new technology
Going backwards
to a caveman mentality
“.

“Stiamo regredendo,
armati di nuova tecnologia,
stiamo regredendo
alla mentalità dei cavernicoli
“.

Siamo arrivati dopo questa lunga carrellata al 2017. Il popolo è stato, in tutta evidenza, totalmente rimbecillito e “riprogrammato” dai social network. Paradossalmente ciò è avvenuto per opera della stessa tecnologia che avrebbe dovuto invece apportare benefici e il risultato è una pletora di bestie da soma. E’ una società ormai andata degradandosi sempre più e che onestamente non so dire quanto sia recuperabile, per lo meno in Europa. Almeno questa volta, il fatto che i lati negativi dell’introduzione di una nuova tecnologia siano stati superiori ai lati positivi credo sia evidente a tutti.

Siamo arrivati alla fine di questa carrellata. Ci sono ovviamente moltissimi altri artisti che hanno contribuito a esporre il loro punto di vista su quello che un’economia mal gestita ha provocato nelle persone. Molta della musica mainstream oggi punta a distrarre la gente dal prendere coscienza di sé e dal rivendicare le loro necessità e la loro importanza. Il mondo attraverso il consumismo in qualche modo ha subito una trasformazione verso il “culto del materiale”, verso la “cultura dell’apparenza mass-mediatica” e verso la cultura dell’anteporre sé stessi avanti a tutto ad ogni costo. In questo senso gli autori di questo cataclisma hanno centrato il bersaglio, ma non hanno soltanto danneggiato quella che forse è l’arte più prestigiosa dell’uomo. Hanno fatto molto di peggio.

 

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